Come festeggia la Pasqua un buddista ? Mangiando la cassata !

La novità del 2017 non è tanto la nuova attrazione a Gardaland, quanto il fatto che parecchi amici, sia di presenza che via sms, mi hanno chiesto: “Vincè, ma possiamo augurarti Buona Pasqua ?”.

Ecco, li ho uccisi tutti.

Torniamo seri e cerchiamo, almeno nella notte in cui nasce il bambinello (scusate ho un po’ di confusione in testa…), di scrivere un post quantomeno “presentabule”.

Si, potete augurarmi Buona Pasqua, cosa del resto che ho fatto e farò anch’io, rivolgendomi ai miei amici e alle mie fans.

Sinceramente non mi interessa se, col mio atteggiamento troppo “moderato”, vado contro i principi del buddismo di Nichiren Daishonin. Chi mi conosce bene sa benissimo che odio le etichette e soprattutto le barricate. Prima di essere un buddista sono una persona e sono un (fiero) italiano. Sono nato in una terra cattolica che mi sta dando la possibilità e la libertà di praticare un’altra “religione” senza essere perseguitato.

Ho massimo rispetto nei confronti dei cattolici e di chiunque, non faccio parte di una sorta di schieramento avversario, non sono un “alternativo della minchia”, mi godo sto lunedì di pasquetta in vacanza e, se fossi nella mia Palermo, mangerei una fetta di cassata (massimo due ! aspè la terza nel pomeriggio insieme al caffè delle cinque…), rigorosamente la parte verde, quella che sa di pistacchio.

Nella vita, Rispetto è la parola chiave. Rispetto per le libertà altrui. Come ho già scritto in passato, ho avuto amici omosessuali e per me non erano nè gay e nè lesbiatane, erano semplicemente Roberto, Michele, Laura ed Elisa. Le persone vengono prima di tutto, ed etichettarle vuol dire creare quelle barriere che io odio con tutto me stesso.

Buona Pasqua a tutti. Buona Pasqua anche a chi si mangia l’agnello. Ebbene sì, a me non interessa se vi mangiate l’agnello a Pasqua ! Perchè sta battaglia ? Perchè è un animale simpatico ? Perchè, come mi disse un mio collega una volta, non è giusto che venga privato della sua vita così giovane ? Ok, ma quando uccidete una mosca o una zanzara prima gli chiedete se ha fatto la Prima Comunione ? Perchè la sogliola ha meno diritti ?

Festeggiate e vivete la vostra vita senza mettere sempre e per forza lo zampino nelle vite altrui. Vi piace l’agnello ? Ripeto, avete il diritto di mangiarvelo (visto che non c’è una legge dello Stato che lo vieta); non vi piace perchè vi sentireste in colpa ? Non lo fate ! Non c’è bisogno di gridare ai quattro venti che bisogna abolire questa usanza, non c’è bisogno che martedì rompiate le palle postando su facebook che avete trascorso la pasquetta mangiando fragole, bacche selvatiche e yogurt magro 0,1%.

Io non sono mai stato un vero cattolico, quindi per me questa festa non ha mai avuto alcun significato. L’unico mio pensiero, anni addietro, era quello di organizzare le grigliate con gli amici. Bei tempi. Questo era per me la Pasqua, ovvero un’occasione per fare mega mangiate con gli amici, giocando col supersantos fra un’aletta di pollo e l’immancabile “crastu” (per i miei amici veneti, il crasto è il maschio della pecora). I baci al sapore di sasizza e di stigghiole erano qualcosa di un romantico unico ! 🙂

Adesso che sono buddista non cambia chissà quanto la sostanza. Anzi forse, se proprio devo dirvela tutta, e non so se il buddismo c’entri o meno, ma in cuor mio mi piacerebbe fare una mega grigliata non solo con gli amici, ma con coloro che definisco “I veri ultimi”. Essi non sono i senzatetto, i barboni, i profughi, ecc., ma le persone sole.

In uno dei meeting buddisti del giovedì (“Zadankai”) feci il solito Mobys che è puntualmente troppo “poco ancorato” per essere il perfettino-figo della situazione, e mi permisi di citare Madre Teresa di Calcutta, la quale una volta disse: “L’amore comincia prendendosi cura di quelli più vicini, quelli che sono a casa”. Sto principio l’avete letto spesso in questo noioso Blog, mi dispiace essere ripetitivo, ma per me è fondamentale. E’ fuori dubbio che la gente che soffre merita tutto l’aiuto di questo mondo, ma per me è altrettanto indubbio che troppo spesso ci dimentichiamo di coloro che ci stanno accanto.

E allora Buona Pasqua anche a te, persona sola che magari vaghi senza una meta alla ricerca di risposte, di qualche sorriso e magari di un briciolo di compagnia. A te che non hai nessuno che ti fa una campagna per donare 2 euro, a te che non sei mai preso in considerazione quando si allestiscono i banchetti dove si vendono azalee, arance, castagne, ricchi premi e cotillon. A te che spegni e riaccendi il cellulare perchè pensi che ci sia un virus che impedisca l’arrivo degli sms …

Se ben ricordo per i cattolici la Pasqua è “Resurrezione”. Ecco, ovunque tu sia, spero che avvenga la tua piccola grande “resurrezione”, che tu esca dal tunnel della solitudine, della tristezza o addirittura della depressione.

Puoi e DEVI farcela !

Non esiste uomo sulla terra che meriti di essere infelice e solo. Il tempo trascorso senza sorridere è tempo perso ! E pazienza se non vivete dove si producono le cassate, qualcosa di ugualmente buono (e ipocalorico…) lo troverete comunque ! 🙂

Vi abbraccio tutti tutti tutti !

La regola del pagliaccio non sbaglia mai.

Ci sono pochissime cose che mi rilassano e, per esempio, fotografare rappresenta una di queste. Se poi mi imbatto in una giostra piena di bimbi euforici, come accaduto ieri all’Arsenale di Verona (un luogo che spero venga sistemato quanto prima, perchè non merita cotanta decadenza), allora, almeno per quei pochi minuti, vengo travolto dal dolce nonchè raro sapore della serenità e della gioia.

Sono stanco, ho camminato tanto, lo zainetto con la mia amata Fuji e gli obiettivi pesa, c’è anche un caldo fin troppo caldo per essere fine marzo/inizio di Aprile. Mi fermo in un benedettissimo chiosco per acquistare una bottiglietta d’acqua e, mentre la sorseggio, guardo una scena che, ripeto, mi mette di buon umore, malgrado rappresenti una delle scene più classiche della vita: i bimbi, seduti sui cavallucci, continuano a girare, girare, girare. Ogni tanto si alza, ogni tanto si abbassa. Chi afferra il lazzo vince un altro giro. La sfida mi intrigava (avete presente “Tre uomini e una gamba”, dove Giovanni batte a braccio di ferro un bambino ?), ma temevo di distruggere il cavalluccio a seguito del mio peso non certo piuma e alla fine ho desistito.

Mentre i bimbi erano strafelici nel fare sti giri del cavolo pensavo che, rispetto ai miei tempi, i giochi sono identici, mentre sono cambiati i genitori che osservano, e soprattutto è cambiato il loro modo di guardare i rispettivi figli. Ai miei tempi, mio padre, mentre io mi facevo sti giretti, sicuramente si distraeva, magari fumandosi una delle sue amatissime MS morbide e tenendo in mano lo stereo della macchina il quale, incredibilmente, in quel tempo, ognuno si doveva portare appresso. Adesso i genitori hanno l’ansia da registrazione video e sono accompagnati puntualmente dalla stupida e ridicola convinzione che i rispettivi figli abbiano il sorriso migliore della giostra o addirittura che stiano seduti sul cavalluccio come nessuno mai.  “Un giorno Luigi sarà uno Sceriffo !”, sbotta qualche intelligentone …

Ok, è mezzodì, ho bevuto una cinquina di sorsi d’acqua e posso rimettermi in macchina per tornare a casa. Mentre mi incammino verso l’uscita dell’Arsenale, odo non solo augelli far festa, ma la musica di “Sunshine Reggae”, proveniente da un’altra attrazione, penso dal deserto autoscontro.

“Sunshine, sunshine reggae, Don’t worry, don’t hurry, take it easy”

Mi metto in macchina sorridendo, sia perchè, suvvia, Sunshine Reggae non può mettere tristezza nemmeno ad un interista, sia perchè il suo invito a sorridere, in questo periodo, mi da una parvenza di presa per il culo nei miei confronti. Ma questa è un’altra storia.

Sorrido anche per altri motivi. Mentre ero alle prese con i miei scatti dalla Torre dei Lamberti (a proposito, anche voi avete beccato il coglione di turno che fa suonare la campana ?), ricevo un lungo messaggio “Uopapp” di un mio ex collega di corso di fotografia. Poichè (vedi post precedente) ho letto da qualche parte che è buona creanza non solo rispondere ma chiedere altresì “Come stai ?” (visto che lui/lei te lo chiese !), domandai a Giovanni info sul come se la passa, fermo restando, inutile dirvelo, che sinceramente non me ne fotteva un’emerita minchia di come se la passava e come se la passa.

Mi risponde con il simbolo/emoticon del pianto. Conoscendomi, già questo, di per se, sarebbe bastato per cancellarlo, bloccarlo, eliminarlo dai contatti, buttare l’iPhone dalla Torre, prendere la testa del coglionazzo e sbattergliela dentro la campana, ovviamente con tutta la calma tipica di un buddista del mio calibro ! Ma ieri non mi andava di essere incazzoso.

Cosa accadde ? (ormai sei fregato, non puoi tirarti indietro. Lo so che devo smettere di chiedere come stanno le persone !). Accadde che si mollò con la morosa, anche lei conosciuta in quel corso. Il Giova mi dice che Michelina (già a chiamarla così…. meriti di essere lasciato…) l’ha mollato perchè ha perso la testa per un suo nuovo collega, tal Cosimo, un pugliese biondino alquanto figo, con barbetta da sparviero, magro, elegantone e capello sempre perfetto stile Brendon di “Beverly Hills 90210”. Insomma il classico tipo uscito dal catalogo di Postal Market (pace all’anima sua).

Caro Giovanni, ti fai lasciare per un Cosimo ???? Io perderei la testa ! No, non mi interessa se tu mi lasci, però quantomeno lasciami per un Antonio, un Giuseppe, un Marco, o magari per tutti e tre insieme perchè sei diventata amante delle gang bang, ma per cortesia, non per un Cosimo ! Chi minchia si chiama Cosimo a Verona ? Ah vero, il tizio è pugliese, quello del nome è solo l’ultimo dei suoi problemi (scherzo ovviamente !).

Il discorso si fa complicato. Io sono sceso dalla Torre anche perchè tira un vento della malora. Riprendo la chat in Piazza Erbe. Giovanni mi dice che, in buona sostanza, Michelina stava benissimo con lui, che non aveva mai riso così tanto da quando stava con lui, che sin dal primo momento si sono capiti col semplice sguardo, tutto era meraviglioso, il mare, il sole, la vita, bla bla bla, ma poi è arrivato il Cosimo che sembra un principe e non importa se poi, in realtà, è un coglionazzo: è bello.

Concludo (dovevo andare a magnar !) dicendo a Giovanni che lo capisco benissimo. Lui ha avuto la fortuna di aver vissuto un annetto di storia sentimentale con la gentil donzella, io spesso mi fermo prima. “E’ la dura legge dei pagliacci”, gli dissi, concludendo la nostra inedita chattata domenicale.

Al di là della storia del Giova, difficilmente chi è (quantomeno in teoria) divertente, simpatico, cazzeggiatore, ecc., riesce a colpire il cuore di una donna. Si va a letto col figo, magari dopo aver scritto all’amicone-simpatico che hai litigato con il capo. A me è capitato un sacco di volte di sentirmi dire “menomale che ho un amico come te, che mi fa ridere sempre !”, e sono tutte persone con le quali non sono mai andato a letto ! Ovviamente l’ideale sarebbe trovare il giusto equilibrio, ma in realtà, secondo il mio modestissimo parere, le scintille nascono da altri fattori (sguardo, chimica, condivisione di interessi, naturale attrazione fisica), non dalle risate che ti ha fatto fare il clown della situazione.

Io, per esempio, a differenza di Giovanni, non sono equilibrato, lo ammetto. Prima di prendere alloggio dentro una caverna, quindi ai tempi in cui uscivo con altre persone, mi veniva quasi naturale fare da “trascinatore”. E’ una dote (perchè io la considero orgogliosamente una dote !) che la mia famiglia si porta avanti da generazioni, non sto scherzando. Non riesco a fare il taciturno, il diplomatico, il maturo semi brizzolato che senti a stento durante tutto l’arco della serata. Nel momento in cui io ero in compagnia, volevo semplicemente ridere e far ridere, non mi interessava altro. Potevo trovarmi con una compagnia maschile, con tre coppie, con genitori alle prese con bimbi scassaminchia, con due prostitute d’alto bordo, ecc., per me non cambiava la sostanza: sorridere era fondamentale, almeno per quelle due-tre urine non bisogna pensare ai problemi. Poi, per carità, mi accorgo anche io che in fondo, seduto quasi defilato, con fare non curante, in qualsiasi gruppo con cui voi usciate, c’è il fighetto della situazione che ti guarda e non favella, che non sbaglia mai nulla (e anche se sbagliasse, è un figo !), ma poi, quando arrivi alla mia età, pensi: amatevi e moltiplicatevi.

Con la mia maturità, il mio passato, il mio presente, il mio bagaglio umano e culturale, non posso certo rodermi il fegato se l’oca di turno sbava appresso al belloccio della situazione ! E’ logico che una donna sotto ai 30/35 anni non cerchi “profondità” ma esclusivamente puro e sano divertimento, più o meno sessuale. Gli uomini e le donne sono uguali.

Questa è la differenza fra me e il povero Giovanni, il quale, avendo una quindicina di anni in meno del Mobys, giustamente, c’è rimasto male. Pensava di aver trovato la donna della sua vita e di averla fatta innamorare perdutamente grazie alle sue continue battute e al suo continuo cazzeggiare, ma sbagliava clamorosamente.

Sorridi caro Giovanni, Gimme, gimme, gimme just a little smile: le delusioni fortificano e, in ogni caso, delle oche possiamo tranquillamente farne a meno, sia a 20 anni che a 45.

L’uomo che sussurrava ai criceti.

Sono stato invitato da Marco, un bravo ragazzo conosciuto nell’azienda dove lavoravo parecchi anni fa, ad andare a mangiare insieme un kebab. Nel messaggio c’era scritto: “Mobys, tu che sei un esperto, non puoi non provare un mega kekab infinito. Lo preparano in un posto appena fuori Verona. Ti ci vuole un mese per terminarlo !”. Spiegai a Marco che, da qualche mese, ho intrapreso una nuova strada culinaria. Adoro il kebab e, sicuramente, lo mangerò ancora, ma avete presente quando vi scatta la molla ? Quando “l’omino nel cervello” vi indica una nuova via da percorrere ? A me è accaduto proprio questo. Dopo 43 anni di abbuffate senza ritegno, ho iniziato a vedere il cibo sotto un’altra ottica. Non sono tipo da dieta, rimango una buona forchetta, ma non concepisco più il cibo come qualcosa da spazzolare per soddisfare la propria voglia animalesca, mischiando cibi e sapori senza alcun senso e badando esclusivamente alla quantità piuttosto che alla qualità. Ammetto che, probabilmente, Masterchef (pardon: quella merda di masterchef…) mi ha un po’ cambiato. Resto un fanatico della cucina mediterranea, non voglio assolutamente sentir parlare di nouvelle corsine e non mi interessa mangiare in un ristorante dove si spendono 200 euro per mangiare un ravanello al forno posto su un letto di crema di asparago e circondato da piselli freschi dell’africa-transpolesana.

Quando incontri un tipo che non vedi da anni, la prima domanda che ti fa è: “dove lavori, adesso ?“, mentre la seconda è: “a fighe come sei messo ?“. Se il tizio lo incontri in Sicilia, automaticamente la prima domanda sparisce e si passa direttamente alla seconda. Stessa cosa accade se incontri una tua ex. In questo caso, però, entra in gioco una certa eleganza tra il francese e l’alto borghese, e il quesito è: “Ti vedi con qualche troia ?“. Infine (scusate le mie solite parentesi del minchio), se ti rivedi con una semplice amica, è probabile che ti chieda se hanno aperto un nuovo negozio di scarpe nel centro commerciale che si trova vicino casa tua.

Capirete bene, dunque, che con Marco il discorso scivolò subito sul rapporto uomo-donna. Niente kebab, solo un bar tranquillo e due luridissimi spritz. Probabilmente Marco ricordava solo vagamente il mio essere fondamentalmente un mega cazzaro, quindi si è verificata, dopo qualche minuto, una situazione antipatica di cui mi resi conto tardivamente. Io gli raccontavo le mie gesta, più o meno serie e più o meno surreali, lui era entrato in quello che definisco “Girone dei Dannati v.2.0”, ovvero aveva sposato l’apatia più totale. Io cazzeggio da una vita, lui mangia tristezza e malinconia.

Poiché, quando eravamo colleghi ed avevamo la possibilità, si rideva come scemi parlando di mega cazzate, io ho proseguito su questo “cliché”, raccontandogli, per esempio, qualche mia proverbiale ed immancabile gaffe (ricordatevi che sono il Presidente dei Gaffisti italiani), vedi quella volta che spaccai il box della boccia (di plastica, mannaggia a lui) perché con una tipa volevo fare una scena tipo pornazzo, dimenticando miseramente le mie (e sottovalutando le sue …) misure, per finire con quella volta in cui, dopo aver fatto i miei classici 39 secondi di notte infuocata, fatta di passione e sesso sfrenato, mi feci sfuggire la domanda: “Scusa, ti devo qualcosa per il disturbo  ??“.

Marco rideva e mi ringraziò. Mi disse che non rideva così da secoli e che ci saremmo dovuti vedere più spesso. Non poteva sapere che uno dei miei settemila difetti è che, se io rivedo una persona per più di due volte in dodici mesi, a meno che non sia mia madre, mi rompo enormemente le palle.

Poco fa dissi che lui era entrato nel girone dei dannati ed io, scherzando come un imbecille, non mi resi conto che c’era qualcosa che non andava. Un qualcosa che uscì fuori dopo mezzora di risate, aneddoti lavorativi e discorsi inerenti i miei sogni sulle mete turistiche da raggiungere.

Forse Marco era depresso ed è entrato in una fase molto pericolosa nella vita di una persona, quella dell’apatia. Probabilmente apatia e depressione vanno a braccetto, ma non voglio scrivere un articolo psicologico, visto che non è il mio campo.  Ho visto una persona che ha mollato tutto ciò che di positivo offre o quantomeno potrebbe offrire la vita. Tutto ciò dopo essersi separato dalla moglie Beatrice.

Marco ha smesso di sognare, non ha più stimoli, non gli interessa trovarsi una nuova morosa (pur non mancandogli le fans, essendo obiettivamente un bel butel ed avendo un buon giro), maledice le ferie peggio di Sheldon Cooper, la domenica la passa a sistemare il giardino e a fare le pulizie di casa aiutando la madre e la sorella che vivono con lui. Non ha più passioni. Io gli parlavo in maniera entusiasta del nuovo film di Quentin Tarantino che sarebbe uscito dopo qualche settimana (e che è proiettato proprio in questi giorni al cinema), lui mi diceva che si addormenta dopo cinque minuti che inizia qualcosa, sia che si tratti di una partita, sia che si tratti di un bel film.

Ad un certo punto, siccome nel mio piccolo cerco sempre di aiutare gli altri, pur essendo un clown un po’ scemo, mi incazzai. Posso capire tutto, posso capire la delusione sentimentale, il fatto che la separazione è sempre un trauma, il lutto in famiglia, le incazzature al lavoro (ricordatevi che sono anche il Presidente italiano degli Incazzati al Lavoro), il momento-no, il sentirsi spaesati perché l’Arcangelo Gabriele ti preannuncia la prossima maternità, ma questo “tirare i remi in barca”, questo “dimettersi dalla vita”, questo voltare le spalle alla qualsiasi, a 45 anni, no, non lo accetto. Non sono un separato, ma non accetto l’idea che, malgrado passino gli anni, si resti vincolati a quella parentesi della vita finita male.

Ho sempre detto in queste pagine che io, pur essendo un cazzaro dalla nascita, vedo la vita un po’ alla Dr. House, cioè credo che ci sia più sofferenza che felicità, ma questo non vuol dire smettere di provarci e soprattutto di crederci ! Io, vivendo in queste condizioni (e Marco sa di vivere in questo status), avrei il terrore della vecchiaia. Avrei cioè il terrore di arrivare a 82 anni e dire “ma che cazzo ho fatto in vita mia ? Perché ho vissuto DAVVERO sino a tot anni ?”. Che poi è il terrore che ho anche io, ancora oggi (perché far sorridere ogni tanto gli altri capirete bene che non mi basta come bilancio positivo).

Marco mi ha detto che ha due criceti. Essendo interista (questa si che è una disgrazia !!), li ha chiamati Rodrigo (come l’attaccante Palacio) e Icarda (teribile…). Il mio ex collega potrebbe viaggiare, andare ovunque (la casa è di proprietà e nemmeno si preoccupa del conto in banca perché stanno così bene di famiglia che potrebbe perfino smettere di lavorare !), farsi dei bellissimi week end romantici con una nuova ragazza in uno chalet di montagna, ecc. Obiettivamente ha avuto (e ha ancor oggi) TUTTO ciò che io non ho (famiglia accanto, soldi da buttare, donne che gli sbavano dietro, forma fisica invidiabile), tuttavia, non si rende conto di queste sue fortune, non le percepisce o non gli interessa percepirle.

Non sto dicendo che “morto un Papa se ne fa un altro”, non sopporto questo proverbio, le persone sono sempre uniche ed insostiuibili. Di conseguenza non “DEVE” trovarsi per forza una nuova compagna ma quantomeno potrebbe semplicemente divertirsi con gli amici o comunque avere delle passioni, come nel mio caso è la fotografia (e probabilmente se io non sono diventato un Marco è soprattutto grazie a questo hobby).

Invece no, perché chi decide che la vita fa schifo, odia la qualsiasi. Quando ci salutammo, mi disse: “Mobys, io ho smesso di amare. Non mi ci vedo più con una tipa accanto, voglio starmene da solo, sto benissimo così, credimi. Le donne sono vuote, sono una minestra insipida, la gente mi annoia. Tu almeno per qualche minuto mi fai distrarre, come quando iniziavamo il turno alle 5.30 e già ridevamo, ma solitamente le persone sono buone solo per chiederti qualcosa”.

Io confido che la classica “molla”, citata all’inizio di questo articolo, faccia cambiare idea a Marco. Resta il fatto che, secondo me, sta sprecando tempo prezioso della sua vita, quella vita che gli sta scorrendo via come la sabbia fra le mani. Può succedere di innamorarsi della persona sbagliata (mio record anche da questo punto di vista !), ma questo non vuol dire che bisogna arrendersi. Non siamo tutti uguali, non esiste che le donne sono tutte troie e che gli uomini pensano solo a trombare.

Mentre c’è una vita da vivere, lui passa il tempo a sussurrare qualcosa ai suoi criceti. Spero che, quando si sveglierà, non sarà troppo tardi. Vivere da single non è una disgrazia, decidere di non vivere è un vero peccato.

Scusate per gli errori.

Cara, paghi tu ?

Avete presente quando siete nella vostra nuvoletta pensando ai fatti vostri e una voce vi riporta nel mondo reale ? E’ esattamente ciò che mi è successo sabato sera mentre facevo la spesa all’IperAffi. Ogni tanto mi piace farmi un giretto all’IperAffi perché, pur non essendo chissà quanto conveniente rispetto ad altri negozi della zona, è molto spazioso e riesci a guardare gli articoli sugli scaffali con discreta tranquillità. Del resto la “mia” zona non offre molte alternative. A Caprino Veronese c’è un supermercato, che chiamerò “X”, il quale vanta probabilmente il premio annuale per il personale più incazzato e meno sorridente di tutta Italia (il famoso “Premio Tristezza”). Mi piacerebbe sapere, un giorno, cosa fanno a quelle povere commesse. Punizioni corporali per aver sistemato male la roba ? Crocifissione in sala mensa ? sono sottopagate ? Secondo me, nel momento in cui “X” seleziona il personale, ad un certo punto porgono una domanda al candidato o alla candidata: quanto sorridi ? Dieci ? vai a Verona. Cinque ? Ti mando a Cavaion ! Non hai mai sorriso in vita tua ? Ok, ti te ve a Cavrin. Uno non si aspetta mica di avere un rapporto sessuale tra i latticini (anche se la panna spray fornisce un ottimo assist) e le fragole (vedasi discorso panna spray), ma, cavolo, un minimo di cordialità ! A parte che non ti guardano mai (probabilmente per non incorrere al TRAGICO errore di doverti salutare. Non sia mai !!!), ma se vi capita di incrociare per sbaglio un loro sguardo, sembra quasi che vorrebbero dirti : “Aiutami, mi tengono prigioniera, se provo ad uscire dalla porta c’è un cecchino appostato qua fuori che ha il compito di farmi fuori”. Sicuramente vi sembrerò esagerato e un po’ pirla, ma a volte, mentre giro per Caprino Veronese, mi sento come se fossimo in uno scenario stile (bellissimo) telefim “Las Revenants”.

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una scena di Las Revenants, trasmesso su FOX.

L’iperAffi è a pochi km di distanza ma sicuramente conta più sorrisi e soprattutto molto più spazio, come dicevo prima, rispetto al molto conveniente “Y” di Domegliara. Ottimo “Y” a livello di prezzi, ma è strettissimo, una cosa indecente. In ogni corsia c’è un uomo che indossa una maglia gialla e i pantaloni neri. All’inizio non capivo quale fosse la sua funzione. Poi mi hanno spiegato che funge da arbitro di porta. Ultimamente ci sono state delle sgomitate, qualcuno è caduto a terra dolorante e la moviola non ha chiarito bene chi fosse il colpevole. La direzione ha detto che sono episodi che capitano in ogni supermercato e che è compito alle commesse fischiare o meno il calcio di rigore. In ogni caso è veramente brutto non riuscire a percepire le offerte perché dietro hai una fila di carrelli condotti da gente che deve passare. Permesso, prego, mi scusi, senta la pasta in offerta l’ho vista prima io; scusi mi passa una confezione di latte-crescita ? No perché se aspetto di arrivarci, prenderlo e andare a pagare, mio figlio andrà già alle superiori !”.

Torniamo finalmente all’Iperaffi. Mentre già pregustavo le castagne da cuocere (col sale) in microonde, un tizio mi saluta. “Eh ciao come va ?”. Trattasi di biondino con piercing in entrambe le orecchie. In quei pochi centesimi di secondo, mi sono detto “non può essere che il Mobys conosce uno che indossa DUE orecchini !”. Si, mi sembra di conoscerti, dove ci siamo visti ?, dissi educatamente. A quel punto lui mi fa “sono il tizio a cui hai venduto la sound bar !”. Al che mi venne istintivo ribattere “se io dovessi ricordare tutte le persone a cui ho venduto qualcosa…”. Tutto ok, contento dell’acquisto, ciao ciao e a presto.

Pensavo che, per fortuna, ho smesso di essere una vittima della pratica che in passato ho chiamato “acquisti compulsivi da week end”. Ogni tanto qualche capriccio me lo tolgo, ma siamo ben distanti dai tempi in cui mi comprai un attrezzo per soffiare, aspirare e tritare le foglie del giardino, senza avere nemmeno il giardino. Per non parlare della padella per cuocere le castagne senza avere il camino (e potrei continuare per chissà quanto tempo, vedasi “balsamo sotto la doccia” di cui ho capito solo dopo l’essere destinato alle donne).

Adesso sono diventato un uomo maturo, sono molto più riflessivo. Oggi, mentre ero alla Grande Mela di Lugagnano, osservavo la gente seduto sulla mia panchina preferita. Adoro osservare le persone. Mi sono chiesto “oh mio Dio, starò diventando un U.S. ?”. U.S. vuol dire Uomo Scassaminchia. Dopo aver partorito, anni fa, la dicitura DS (Donna Scassaminchia, usata tantissimo dai miei amici), per quanto mi riguarda pensavo più ad un U.M. (uomo mona, o semplicemente “mona”) che all’essere U.S.

Sarà perché sono diventato sempre più un appassionato di foto, ma sono diventato un acuto (dicono) osservatore, ed essendo praticamente sempre da solo, per me è più facile (amaramente facile) rompere le scatole a chi mi passa davanti, fantasticando sulle loro rispettive vite. Per esempio oggi pensavo che Matrix esiste davvero. Non è un film, c’è davvero qualcosa di “più superiore a noi” che muove le fila di ognuno di noi. Siamo tutti delle pedine mosse da qualcuno che ci comanda tramite impulsi a “raggi 1X2” o chissà come. Un giorno lo capirò ! Per esempio è impossibile che non ci siano uomini veronesi grassi ! Come mai ? Ho capito tutto, io ! Le commesse tristi vengono mandate nel supermercato di Caprino, i magri a Verona, ecc. ecc.

Ogni tanto becco un “collega” pacioccone e allora mi si riempie il cuore di gioia, mi sento meno solo. Succede soprattutto nei ristoranti giappocinesi, dove, ahimè, mangi quanto vuoi. Li c’è di tutto. Dalle mie amate coppiette “pucci_pucci_cavallucci”, “dai chiudi gli occhi che ti faccio assaggiare questo sushi” (stavolta non è una battuta pornografica al solito mio !!), alle persone più anziane che guardano il nastro che scorre con le coppette di Sushi e pensano “ai nostri tempi mangiare era un miracolo, adesso guardate sti mona che si vedono passare il mangiare sotto al naso”. Dicevo del “collega”. Lo riconosco subito: innanzitutto indossa rigorosamente una TUTA sportiva perché siamo nel week end e bisogna stare comodi, specie se vado a mangiare al cinese. Molti hanno (come me) il pizzo, convinti probabilmente che “sfila”, specie se nero. I più fighi hanno il classico tatuaggio sul collo. Il top del top lo notai qualche settimana fa: camminava orgogliosamente per l’Auchan con l’auricolare nell’orecchio. Si, perché magari qualcuno mi chiama ed io rispondo subito ! Non vorrei mai che fosse il dietologo…. Vabbè, lasciamo perdere.

Oggi però notai una scena che mi colpì. Una coppia (sempre in mezzo ai coglioni del Mobys, c’è poco da fare. Le coppie sono come le mosche, più ci fai caso, più vengono a rompere i coglioni !), era prima di me alla cassa. Lei (bellina, biondina con frangettina, occhio vispo, ovviamente magra, alta, indice di scopabilità  “I.S.” altissimo) esce il portafogli ma lui la guarda e, con sguardo amorevole le fa capire “rimettilo dentro dai…. ghe pensi mi”. Lei ovviamente apprezzò e gli diede un bacetto-baciuzzo. Per fortuna non si girarono verso di me, perché altrimenti mi avrebbero visto con la tipica faccia di Mr. Bean. Si lo so, una delle prime lezioni che mi furono impatite quando approdai in Veneto (a parte quella di dirmi che “vai in Mona” NON vuol dire andare in un posto chiamato Mona…), fu che qui non c’è differenza fra uomini e donne. Può quindi accadere tranquillamente che una donna paghi la pizza al ristorante, il caffè, la spesa, ecc.

Potete immaginare che per un siculo DOC come il sottoscritto, fu un vero e proprio trauma. Non sto dicendo che in Sicilia ancora si ragiona così: sono IO che ragiono così ! Dopo l’iniziale disgusto, ho iniziato a non farci più caso. Per esempio domenica scorsa vidi in un Bar (ricordate il discorso dell’osservatore ?) un ragazzo che si sedette comodamente e la CRETINA che faceva avanti e indietro dal bancone per portare il cappuccino, il caffè e le brioches. Tutto ciò dopo aver pagato anche il conto ! Ero tentato dall’avvicinarmi per esclamare un “ciao GRANDUOMO, come stai ?”, col mio solito accento all’Antonio Albanese, ma poi mi ricordai quanto detto prima, cioè che rischiavo di farmi dire “oh ma che vuoi, testa di cazzo ?”, dalla gentil donzella. Allora MUTO STIEDI ! Pazienza. Per carità, tengo a precisare che so benissimo che non esistono più (per certi versi per fortuna) i ruoli di una volta, e che magari lei paga la spesa perché lui ha pagato il pranzo. Lo so, io cazzeggio (ricordatevelo !!!), non è uno scandalo. So soltanto che, nell’improbabile caso (ormai mi sono dimesso) in cui io uscissi con una ragazza, mi verrebbe l’orticaria se lei prendesse in mano il portafogli e pagasse il conto.

Alla prossima !

Viva Santa Lucia (sottotitolo: viva le Arancine) !

Coincidenza vuole che, la festività odierna, ovvero Santa Lucia, sia parecchio sentita sia nella mia città natale, ossia Palermo, sia in quella in cui vivo adesso, cioè Verona. Nel capoluogo siculo, il 13 dicembre, rappresenta l’unico giorno dell’anno in cui si rivoluzionano le abitudini alimentari. In Veneto, i protagonisti assoluti sono i bambini.

Da palermo.bloggalo.it : “Si narra che Santa Lucia fu l’artefice del miracolo che salvò i siciliani da fame e carestia, il giorno in cui sbarcò al porto di Siracusa una nave carica di grano. Era il 13 dicembre. Il grano venne mangiato al naturale, semplicemente bollito e condito con olio e sale.

La tradizione vuole dunque che, per quel giorno, vengano banditi dalle tavole pane e pasta, e ci si dedichi alla preparazione della Cuccìa con tre ingredienti essenziali: grano, olio e (poco) sale. In alcuni piccoli paesi di provincia, questo ancora accade. Ma ovviamente, anche le tradizioni vanno incontro a cambiamenti: a Palermo, ad esempio, dire Santa Lucia equivale a dire Sant’Arancina. Ebbene sì, altro che carestie. Il palermitano alla sua arancina non può proprio rinunciare, e la festa è giusto un pretesto per abusare, una volta tanto, del preziosissimo “bene culinario”.
Bar stracolmi di gente, tavole stracolme di arancine; al rito in Chiesa si associa il rito della tavola: dopotutto, culto e folklore vanno sempre di pari passo.”

Le arancine rappresentano una delle mie pietanze preferite e, finchè ho vissuto a Palermo, grazie alla maestria culinaria di mia madre, ho sempre rispettato la tradizione di non mangiare pane e pasta, per dedicarmi completamente a queste prelibatezze di riso. Le mie preferite sono quelle “accarne”, mentre non amo particolarmente quelle “abburro”, e adoro tantissimo quelle con spinaci. Ovviamente le variazioni sul tema sono molteplici: specialmente per Santa Lucia, trovate arancine dai gusti più svariati, dal salmone alla salsiccia, dal cioccolato (incredibile ma vero !) al pistacchio. La cuccia, invece, non mi è mai piaciuta. I più maiali (perchè c’è sempre chi riesce a superarmi, da questo punto di vista), addirittura aspettano la mezzanotte per farsi la spaghettata da astinenza 🙂

Santa Lucia, versione Palermo, è considerata, quindi, una festa religiosa ma, come detto, soprattutto gastronomica.

A Verona, invece, come dicevo all’inizio, essa rappresenta il giorno più atteso dai bambini (in pratica ciò che, a Palermo, avviene per la commemorazione dei defunti, a Novembre). E’, anche in Veneto, una tradizione tra le più antiche e sentite.

Tre giorni prima del 13 dicembre, in piazza Bra, la piazza centrale della città, quella dell’Arena per intenderci, arrivano i “banchéti de Santa Lùssia”, secondo una tradizione che risale già al secolo scorso: nelle bancarelle ricoperte di tende, si vendono giocattoli, dolci e altri oggetti da regalo, anche per gli adulti.

Da tourism.verona.it : “Secondo la leggenda veronese, intorno al XIII sec., in città, in particolare tra i bimbi, era scoppiata una terribile ed incurabile epidemia di “male agli occhi”.
La popolazione decise allora di chiedere la grazia a S. Lucia, con un pellegrinaggio a piedi scalzi e senza mantello, fino alla chiesa di S. Agnese, dedicata anche alla martire siracusana, posta dove oggi c’è la sede del Comune: Palazzo Barbieri. Il freddo spaventava i bambini che non avevano nessuna intenzione di partecipare al pellegrinaggio.
Allora i genitori promisero loro che, se avessero ubbidito, la Santa avrebbe fatto trovare, al loro  ritorno, tanti doni. I bambini accettarono… l’epidemia si esaurì…
Da questo momento è rimasta la tradizione di portare in chiesa i bambini, per la benedizione degli occhi, il 13 dicembre e ancora oggi, la notte del 12 dicembre, i bambini aspettano l’arrivo di S. Lucia che porta loro gli attesi regali a bordo di un asinello volante.
Si lascia un piatto sul tavolo con del cibo con cui ristorare sia lei che l’asinello prima di andare a dormire. In questa sera i bambini vanno a letto presto e chiudono gli occhi, nel timore che la Santa, trovandoli ancora svegli, li accechi con la cenere.
La mattina dopo, Lucia  fa trovare loro il piatto colmo di dolci, fra cui le immancabili “pastefrolle di S. Lucia”, di varia forma (stella, cavallino, cuore…), nonché l’altrettanto immancabile “ghiaia dell’Adige”.

In terra scaligera, quindi, si mangiano tanti dolci, soprattutto le “pastafrolle di S. Lucia” e raggiungere Piazza Brà è un’impresa praticamente disperata. Lunghe code di auto e parcheggio introvabile.

Mi ha sempre divertito questo festeggiare Santa Lucia in maniera completamente diversa, da Palermo a Verona, e per questo motivo ho scritto questo articolo. Buona Santa Lucia a tutti, ovunque voi siate e comunque la festeggiate.