Uomini Soli.

Da quando ho sposato la filosofia buddista, oltre a trarre una serie di benefici dalla pratica, è accaduta una cosa alquanto strana: le persone mi cercano di più, hanno voglia di parlarmi e di raccontare le loro problematiche, più o meno importanti. Probabilmente sperano che, nella mia ritrovata serenità, possa aiutare anche loro. Del resto, li capisco: se un caso disperato, un eterno orso incazzoso come il Mobys, adesso sorride a destra e a manca, posso farcela anche io ! Dimenticano però che buddismo non vuol dire sorridere sempre.

Marco è stato sfortunato. Il mio eterno amico dai tempi delle scuole superiori, mi chiama via Skype giusto oggi, in quella che ho definito la mia peggior domenica da quando sono buddista. Mentre sentivo il tipico segnale di chiamata sul Mac, pensai: “Speriamo che sia mio fratello che vuole commentare la grande prova della Giuventus”. Invece era appunto Marco. Ci sentiamo raramente, non potevo non rispondere, e poi non ci vuole un cazzo a far finta di apparire felici e sorridenti davanti ad una webcam.

Marco, tantissimi anni fa, era un tranquillo studente di Psicologia. Da un momento all’altro decise di diventare prete. Ebbe la cosidetta “chiamata”. Ricordo ancora quando mi telefonò per darmi la lieta notizia. Ai tempi ero così giovane ed ignorante che per me, tale scelta, appariva inconcepibile, assurda e, un po’ come tutti quando si sentono dire una cosa del genere, pensai: “Che stupido, come si fa a rinunciare al ficco ?” (tradotto: a fare sesso). Del resto, a 20 anni, che riflessione filosofica vuoi fare ?

Lui ha letto il mio precedente articolo (quindi è uno dei cinque), rimase colpito dalla mia trasformazione filosofico-religiosa e voleva saperne di più. Gli raccontai di questi ultimi tre-quattro mesi, delle cose che mi hanno entusiasmato del buddismo ed accennai solo molto vagamente i motivi per cui, in questi giorni, ho un enorme giramento di palle. Lui continua la sua vita da frate, si trova in un Monastero campano e non mi sembrava più contento di me. Non ci siamo confrontati sui motivi del rispettivo ed evidente (altro che far finta davanti la webcam…) “scoglionamento”, ci siamo limitati a ricordare i soliti aneddoti legati alla professoressa di matematica che era brutta come la morte e a discutere sulla neve che ha messo in ginocchio il povero centro Italia.

Non ho mai visto Marco così strano. Una delle cose belle delle amicizie storiche o comunque Vere, è che sai benissimo che a quella determinata battuta, magari su quel tale personaggio, il tuo amico sorride. Fate le stesse battute da vent’anni e ci ridete ancor oggi, come ieri. Stavolta fra Marco non sorride come al solito ed io non sono un pagliaccio, non sono un comico di Zelig, oggi non sono nemmeno il solito Vincenzo.

Intuisco dalle sue parole che non c’è pentimento per la sua scelta, c’è piuttosto una grandissima solitudine. Dopo più di vent’anni trascorsi a fare sempre la stessa vita, alzataccia all’alba, preghiera, pranzo, preghiera, cena, preghiera, notte, probabilmente, malgrado la vocazione, subentra un senso di solitudine o comunque non c’è quella gran voglia di spaccare il mondo e di vivere con immensa gioia.

Chiudendo la conversazione, che definirei non la più triste ma sicuramente la meno sorridente e brillante della nostra lunga carriera di amici, mi venne in mente che io e Marco, per dirla alla Pooh, non siamo altro che Uomini Soli. Lui in quanto prete, io “per scrivere il romanzo che ha di dentro o perché in un mondo falso è un uomo vero”.

Sarebbe bello riavvolgere il nastro, carissimo Marco, tornare in quel cazzo di laboratorio di chimica dove continuavo a fare il buffone mischiando nelle ampolle tutto ciò che mi capitava a tiro, giocando al “grande chimico” ! Sarebbe bello tornare ai tempi in cui i nostri guai erano rappresentati dal fatto che il professore di Radio avrebbe interrogato. Eravamo giovani e forti, pensavamo di essere i padroni del mondo, prendevamo in giro le poche ragazze che frequentavano l’Industriale, il tutto con il nostro modo di fare opposto (tu tranquillo e pacifico, io organizzatore di manifestazioni sinistroidi per far vacanza), ma che ci rendeva una coppia di compagni di classe e soprattutto di amici infallibile. Quante volte abbiamo immaginato una cena con le nostre future mogli e magari anche con i nostri rispettivi figli ?

Entrambi palermitani DOC, adesso tu sei in un paese sperduto del Sud, io in un paese sperduto del Veneto. Credenti o non, in ogni caso non abbiamo l’assistenza (“se è vero che ci sei”), del Dio delle città e ci rendiamo conto che le persone che ci stanno accanto non possono o semplicemente non vogliono darci quello che cerchiamo.

La solitudine è ascoltare il vento e non poterlo raccontare a nessuno” (Jim Morrison).

Noi continueremo a vivere seguendo la nostra rispettiva vocazione: tu religiosa, io cercando di far ragionare la gente più col cuore che con la testa.

Il problema è che “quaggiù non siamo in cielo e se un uomo perde il filo è soltanto un uomo solo”, ed io oggi, carissimo amico mio, ho la netta sensazione che entrambi abbiamo perso il filo.

L’uomo che sussurrava ai criceti.

Sono stato invitato da Marco, un bravo ragazzo conosciuto nell’azienda dove lavoravo parecchi anni fa, ad andare a mangiare insieme un kebab. Nel messaggio c’era scritto: “Mobys, tu che sei un esperto, non puoi non provare un mega kekab infinito. Lo preparano in un posto appena fuori Verona. Ti ci vuole un mese per terminarlo !”. Spiegai a Marco che, da qualche mese, ho intrapreso una nuova strada culinaria. Adoro il kebab e, sicuramente, lo mangerò ancora, ma avete presente quando vi scatta la molla ? Quando “l’omino nel cervello” vi indica una nuova via da percorrere ? A me è accaduto proprio questo. Dopo 43 anni di abbuffate senza ritegno, ho iniziato a vedere il cibo sotto un’altra ottica. Non sono tipo da dieta, rimango una buona forchetta, ma non concepisco più il cibo come qualcosa da spazzolare per soddisfare la propria voglia animalesca, mischiando cibi e sapori senza alcun senso e badando esclusivamente alla quantità piuttosto che alla qualità. Ammetto che, probabilmente, Masterchef (pardon: quella merda di masterchef…) mi ha un po’ cambiato. Resto un fanatico della cucina mediterranea, non voglio assolutamente sentir parlare di nouvelle corsine e non mi interessa mangiare in un ristorante dove si spendono 200 euro per mangiare un ravanello al forno posto su un letto di crema di asparago e circondato da piselli freschi dell’africa-transpolesana.

Quando incontri un tipo che non vedi da anni, la prima domanda che ti fa è: “dove lavori, adesso ?“, mentre la seconda è: “a fighe come sei messo ?“. Se il tizio lo incontri in Sicilia, automaticamente la prima domanda sparisce e si passa direttamente alla seconda. Stessa cosa accade se incontri una tua ex. In questo caso, però, entra in gioco una certa eleganza tra il francese e l’alto borghese, e il quesito è: “Ti vedi con qualche troia ?“. Infine (scusate le mie solite parentesi del minchio), se ti rivedi con una semplice amica, è probabile che ti chieda se hanno aperto un nuovo negozio di scarpe nel centro commerciale che si trova vicino casa tua.

Capirete bene, dunque, che con Marco il discorso scivolò subito sul rapporto uomo-donna. Niente kebab, solo un bar tranquillo e due luridissimi spritz. Probabilmente Marco ricordava solo vagamente il mio essere fondamentalmente un mega cazzaro, quindi si è verificata, dopo qualche minuto, una situazione antipatica di cui mi resi conto tardivamente. Io gli raccontavo le mie gesta, più o meno serie e più o meno surreali, lui era entrato in quello che definisco “Girone dei Dannati v.2.0”, ovvero aveva sposato l’apatia più totale. Io cazzeggio da una vita, lui mangia tristezza e malinconia.

Poiché, quando eravamo colleghi ed avevamo la possibilità, si rideva come scemi parlando di mega cazzate, io ho proseguito su questo “cliché”, raccontandogli, per esempio, qualche mia proverbiale ed immancabile gaffe (ricordatevi che sono il Presidente dei Gaffisti italiani), vedi quella volta che spaccai il box della boccia (di plastica, mannaggia a lui) perché con una tipa volevo fare una scena tipo pornazzo, dimenticando miseramente le mie (e sottovalutando le sue …) misure, per finire con quella volta in cui, dopo aver fatto i miei classici 39 secondi di notte infuocata, fatta di passione e sesso sfrenato, mi feci sfuggire la domanda: “Scusa, ti devo qualcosa per il disturbo  ??“.

Marco rideva e mi ringraziò. Mi disse che non rideva così da secoli e che ci saremmo dovuti vedere più spesso. Non poteva sapere che uno dei miei settemila difetti è che, se io rivedo una persona per più di due volte in dodici mesi, a meno che non sia mia madre, mi rompo enormemente le palle.

Poco fa dissi che lui era entrato nel girone dei dannati ed io, scherzando come un imbecille, non mi resi conto che c’era qualcosa che non andava. Un qualcosa che uscì fuori dopo mezzora di risate, aneddoti lavorativi e discorsi inerenti i miei sogni sulle mete turistiche da raggiungere.

Forse Marco era depresso ed è entrato in una fase molto pericolosa nella vita di una persona, quella dell’apatia. Probabilmente apatia e depressione vanno a braccetto, ma non voglio scrivere un articolo psicologico, visto che non è il mio campo.  Ho visto una persona che ha mollato tutto ciò che di positivo offre o quantomeno potrebbe offrire la vita. Tutto ciò dopo essersi separato dalla moglie Beatrice.

Marco ha smesso di sognare, non ha più stimoli, non gli interessa trovarsi una nuova morosa (pur non mancandogli le fans, essendo obiettivamente un bel butel ed avendo un buon giro), maledice le ferie peggio di Sheldon Cooper, la domenica la passa a sistemare il giardino e a fare le pulizie di casa aiutando la madre e la sorella che vivono con lui. Non ha più passioni. Io gli parlavo in maniera entusiasta del nuovo film di Quentin Tarantino che sarebbe uscito dopo qualche settimana (e che è proiettato proprio in questi giorni al cinema), lui mi diceva che si addormenta dopo cinque minuti che inizia qualcosa, sia che si tratti di una partita, sia che si tratti di un bel film.

Ad un certo punto, siccome nel mio piccolo cerco sempre di aiutare gli altri, pur essendo un clown un po’ scemo, mi incazzai. Posso capire tutto, posso capire la delusione sentimentale, il fatto che la separazione è sempre un trauma, il lutto in famiglia, le incazzature al lavoro (ricordatevi che sono anche il Presidente italiano degli Incazzati al Lavoro), il momento-no, il sentirsi spaesati perché l’Arcangelo Gabriele ti preannuncia la prossima maternità, ma questo “tirare i remi in barca”, questo “dimettersi dalla vita”, questo voltare le spalle alla qualsiasi, a 45 anni, no, non lo accetto. Non sono un separato, ma non accetto l’idea che, malgrado passino gli anni, si resti vincolati a quella parentesi della vita finita male.

Ho sempre detto in queste pagine che io, pur essendo un cazzaro dalla nascita, vedo la vita un po’ alla Dr. House, cioè credo che ci sia più sofferenza che felicità, ma questo non vuol dire smettere di provarci e soprattutto di crederci ! Io, vivendo in queste condizioni (e Marco sa di vivere in questo status), avrei il terrore della vecchiaia. Avrei cioè il terrore di arrivare a 82 anni e dire “ma che cazzo ho fatto in vita mia ? Perché ho vissuto DAVVERO sino a tot anni ?”. Che poi è il terrore che ho anche io, ancora oggi (perché far sorridere ogni tanto gli altri capirete bene che non mi basta come bilancio positivo).

Marco mi ha detto che ha due criceti. Essendo interista (questa si che è una disgrazia !!), li ha chiamati Rodrigo (come l’attaccante Palacio) e Icarda (teribile…). Il mio ex collega potrebbe viaggiare, andare ovunque (la casa è di proprietà e nemmeno si preoccupa del conto in banca perché stanno così bene di famiglia che potrebbe perfino smettere di lavorare !), farsi dei bellissimi week end romantici con una nuova ragazza in uno chalet di montagna, ecc. Obiettivamente ha avuto (e ha ancor oggi) TUTTO ciò che io non ho (famiglia accanto, soldi da buttare, donne che gli sbavano dietro, forma fisica invidiabile), tuttavia, non si rende conto di queste sue fortune, non le percepisce o non gli interessa percepirle.

Non sto dicendo che “morto un Papa se ne fa un altro”, non sopporto questo proverbio, le persone sono sempre uniche ed insostiuibili. Di conseguenza non “DEVE” trovarsi per forza una nuova compagna ma quantomeno potrebbe semplicemente divertirsi con gli amici o comunque avere delle passioni, come nel mio caso è la fotografia (e probabilmente se io non sono diventato un Marco è soprattutto grazie a questo hobby).

Invece no, perché chi decide che la vita fa schifo, odia la qualsiasi. Quando ci salutammo, mi disse: “Mobys, io ho smesso di amare. Non mi ci vedo più con una tipa accanto, voglio starmene da solo, sto benissimo così, credimi. Le donne sono vuote, sono una minestra insipida, la gente mi annoia. Tu almeno per qualche minuto mi fai distrarre, come quando iniziavamo il turno alle 5.30 e già ridevamo, ma solitamente le persone sono buone solo per chiederti qualcosa”.

Io confido che la classica “molla”, citata all’inizio di questo articolo, faccia cambiare idea a Marco. Resta il fatto che, secondo me, sta sprecando tempo prezioso della sua vita, quella vita che gli sta scorrendo via come la sabbia fra le mani. Può succedere di innamorarsi della persona sbagliata (mio record anche da questo punto di vista !), ma questo non vuol dire che bisogna arrendersi. Non siamo tutti uguali, non esiste che le donne sono tutte troie e che gli uomini pensano solo a trombare.

Mentre c’è una vita da vivere, lui passa il tempo a sussurrare qualcosa ai suoi criceti. Spero che, quando si sveglierà, non sarà troppo tardi. Vivere da single non è una disgrazia, decidere di non vivere è un vero peccato.

Scusate per gli errori.