Come festeggia la Pasqua un buddista ? Mangiando la cassata !

La novità del 2017 non è tanto la nuova attrazione a Gardaland, quanto il fatto che parecchi amici, sia di presenza che via sms, mi hanno chiesto: “Vincè, ma possiamo augurarti Buona Pasqua ?”.

Ecco, li ho uccisi tutti.

Torniamo seri e cerchiamo, almeno nella notte in cui nasce il bambinello (scusate ho un po’ di confusione in testa…), di scrivere un post quantomeno “presentabule”.

Si, potete augurarmi Buona Pasqua, cosa del resto che ho fatto e farò anch’io, rivolgendomi ai miei amici e alle mie fans.

Sinceramente non mi interessa se, col mio atteggiamento troppo “moderato”, vado contro i principi del buddismo di Nichiren Daishonin. Chi mi conosce bene sa benissimo che odio le etichette e soprattutto le barricate. Prima di essere un buddista sono una persona e sono un (fiero) italiano. Sono nato in una terra cattolica che mi sta dando la possibilità e la libertà di praticare un’altra “religione” senza essere perseguitato.

Ho massimo rispetto nei confronti dei cattolici e di chiunque, non faccio parte di una sorta di schieramento avversario, non sono un “alternativo della minchia”, mi godo sto lunedì di pasquetta in vacanza e, se fossi nella mia Palermo, mangerei una fetta di cassata (massimo due ! aspè la terza nel pomeriggio insieme al caffè delle cinque…), rigorosamente la parte verde, quella che sa di pistacchio.

Nella vita, Rispetto è la parola chiave. Rispetto per le libertà altrui. Come ho già scritto in passato, ho avuto amici omosessuali e per me non erano nè gay e nè lesbiatane, erano semplicemente Roberto, Michele, Laura ed Elisa. Le persone vengono prima di tutto, ed etichettarle vuol dire creare quelle barriere che io odio con tutto me stesso.

Buona Pasqua a tutti. Buona Pasqua anche a chi si mangia l’agnello. Ebbene sì, a me non interessa se vi mangiate l’agnello a Pasqua ! Perchè sta battaglia ? Perchè è un animale simpatico ? Perchè, come mi disse un mio collega una volta, non è giusto che venga privato della sua vita così giovane ? Ok, ma quando uccidete una mosca o una zanzara prima gli chiedete se ha fatto la Prima Comunione ? Perchè la sogliola ha meno diritti ?

Festeggiate e vivete la vostra vita senza mettere sempre e per forza lo zampino nelle vite altrui. Vi piace l’agnello ? Ripeto, avete il diritto di mangiarvelo (visto che non c’è una legge dello Stato che lo vieta); non vi piace perchè vi sentireste in colpa ? Non lo fate ! Non c’è bisogno di gridare ai quattro venti che bisogna abolire questa usanza, non c’è bisogno che martedì rompiate le palle postando su facebook che avete trascorso la pasquetta mangiando fragole, bacche selvatiche e yogurt magro 0,1%.

Io non sono mai stato un vero cattolico, quindi per me questa festa non ha mai avuto alcun significato. L’unico mio pensiero, anni addietro, era quello di organizzare le grigliate con gli amici. Bei tempi. Questo era per me la Pasqua, ovvero un’occasione per fare mega mangiate con gli amici, giocando col supersantos fra un’aletta di pollo e l’immancabile “crastu” (per i miei amici veneti, il crasto è il maschio della pecora). I baci al sapore di sasizza e di stigghiole erano qualcosa di un romantico unico ! 🙂

Adesso che sono buddista non cambia chissà quanto la sostanza. Anzi forse, se proprio devo dirvela tutta, e non so se il buddismo c’entri o meno, ma in cuor mio mi piacerebbe fare una mega grigliata non solo con gli amici, ma con coloro che definisco “I veri ultimi”. Essi non sono i senzatetto, i barboni, i profughi, ecc., ma le persone sole.

In uno dei meeting buddisti del giovedì (“Zadankai”) feci il solito Mobys che è puntualmente troppo “poco ancorato” per essere il perfettino-figo della situazione, e mi permisi di citare Madre Teresa di Calcutta, la quale una volta disse: “L’amore comincia prendendosi cura di quelli più vicini, quelli che sono a casa”. Sto principio l’avete letto spesso in questo noioso Blog, mi dispiace essere ripetitivo, ma per me è fondamentale. E’ fuori dubbio che la gente che soffre merita tutto l’aiuto di questo mondo, ma per me è altrettanto indubbio che troppo spesso ci dimentichiamo di coloro che ci stanno accanto.

E allora Buona Pasqua anche a te, persona sola che magari vaghi senza una meta alla ricerca di risposte, di qualche sorriso e magari di un briciolo di compagnia. A te che non hai nessuno che ti fa una campagna per donare 2 euro, a te che non sei mai preso in considerazione quando si allestiscono i banchetti dove si vendono azalee, arance, castagne, ricchi premi e cotillon. A te che spegni e riaccendi il cellulare perchè pensi che ci sia un virus che impedisca l’arrivo degli sms …

Se ben ricordo per i cattolici la Pasqua è “Resurrezione”. Ecco, ovunque tu sia, spero che avvenga la tua piccola grande “resurrezione”, che tu esca dal tunnel della solitudine, della tristezza o addirittura della depressione.

Puoi e DEVI farcela !

Non esiste uomo sulla terra che meriti di essere infelice e solo. Il tempo trascorso senza sorridere è tempo perso ! E pazienza se non vivete dove si producono le cassate, qualcosa di ugualmente buono (e ipocalorico…) lo troverete comunque ! 🙂

Vi abbraccio tutti tutti tutti !

Mobys si è fermato a Concamarise.

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Spesso mi si chiede da cosa derivi il mio soprannome “Mobys”. Spiego che esso nacque ai tempi in cui Internet significava sostanzialmente tre cose: il download di quanto più si possa immaginare (con musica e pornazzi leader incontrastati), la navigazione nei siti web e la chat di Mirc.

Mirc era un client diffusissimo che consentiva appunto di chattare con persone di tutti i luoghi e tutti i laghi. Entravi nella “stanza” prescelta e, dopo un po’ di sano allenamento, ad un certo punto nemmeno guardavi più le dita che pigiavano sulla fumante tastiera. Molti di noi hanno imparato a scrivere velocemente proprio grazie alla chat (nel mio caso un ruolo fondamentale lo ebbe il servizio militare).

Ad un certo punto, mio fratello, il quale era molto più avanti di me dal punto di vista della conoscenza della rete, mi spiegò cosa fossero tutte quelle righe colorate e, in pratica, mi fece entrare nel mondo della chat. “La prima cosa da fare – disse – è quella di scegliersi un nickname, cioè un nome virtuale con cui identificarsi una volta entrato in chat”.

Scelsi Mobys perché sono stato sempre un fan del giornalista Michele Santoro e, in quel periodo, ossia nel 1999 (da ciò potete rendervi conto da quanto conosco il web), i giornalisti della trasmissione “Moby Dick” crearono una sorta di appendice alla stessa, trasmettendo “Moby’s”. In pratica il cantante non c’entra assolutamente nulla con la mia scelta e fu solo per un’incredibile coincidenza che Moby esplode nel 2000 con “Play”, grazie al quale viene conosciuto dal grande pubblico.

Non sto qui a raccontarvi le mie vicissitudini chattistiche, altrimenti questo post diverrebbe infinito. Considero la chat il mio periodo più bello da quando esiste internet. Evidentemente davo il meglio di me, cosa che non mi è più riuscita con le varie e tante piattaforme nate successivamente, a parte Flickr, ma in questo caso ho solo un ritorno dal punto di vista numerico, non umano.

Grazie alla chat e al canale #lamervr, ebbi la possibilità di conoscere tanti amici veronesi prima ancora di arrivare in Veneto. Non fu una fase lunghissima perché decisi di partire da Palermo per venire a vivere nel veronese nell’ottobre del 2001 e a fine novembre ero già a Bussolengo. Qualche mese prima, durante l’estate, mi recai financo a Reggio Calabria per conoscere il mio primo (ed unico) grande amore virtuale. Tutto ciò dopo aver comprato il mio primo PC, un fiammate AMD 486 CompaQ Presario, perchè non potevo più accontentarmi dei pochi spazi concessi mio fratello. Ma torniamo a Verona.

Capirete bene che per un palermitano che viene a vivere in una zona molto difficile dal punto di vista dei rapporti umani, avere già qualche amico sapeva di miracolo e, ancor oggi, dopo tanti anni, ovvero dopo aver conosciuto bene pregi e difetti della gente del luogo, grido al miracolo in maniera ancor più convinta.

I gruppi che nascevano tramite la chat erano qualcosa di unico ed irripetibile. Quando si organizzavano i cosiddetti “Raduni” le scene erano abbastanza comiche. Ti ritrovavi, a Piazzale Giotto a Palermo e in Piazza Cittadella a Verona, per fare due esempi che ho vissuto, insieme ad una marea di gente sconosciuta che posteggiava, metteva le quattro frecce e si avvicinava con passo felpato agli altri (che magari si erano già conosciuti in altre circostanze o erano già amici nella cosiddetta “vita reale”). Non appena pronunciavi il nick, nel mio caso c’era una festa assurda, con tanto di abbracci: conoscere quel cazzone (nel senso di persona che scherza, non in termini fisico sessuali) del Mobys era un Evento, anche perché già da allora, purtroppo, centellinavo le mie presenze. Questo è il mio più grande rammarico, ovvero non aver battuto il ferro quando era caldo e quando mi bastava un soffio per modellarlo a mio favore, a Palermo prima e a Verona dopo.

Uno dei locali in cui si svolgevano i “raduni della chat” era il ristorante messicano “La Pila – Mondo Latino” di Concamarise, una località in mezzo al nulla della bassa veronese,  in cui presumo che, nella campagne circostanti, vi siano ancora soldati che finita la seconda guerra mondiale non riescono ancora a trovare la vita di casa.

Avevo avuto una piccola esperienza con un ristorante messicano sito in via Libertà a Palermo, ma alla Pila cambiò tutto, non solo dal punto di vista culinario. Ci fu la vera e propria svolta della mia vita, il Mobys non era un terun qualsiasi che viene a rompere il cazzo a noi “Veneto Stato”, ma una persona simpatica, uno di noi.

Alla Pila si faceva baldoria, c’era festazza e zero problemi. La chat aveva il grande merito di cancellare qualsiasi “muro”, qualcuno a Palermo fece anche a pugni, ma anche questa è una maniera per risolvere “civilmente” i problemi ! 🙂 Ovviamente c’erano pur sempre i “fighi”, ma c’era spazio per tutti. Come nella vita “normale”, le gnocche andavano con i bei picciotti/butel, e i cessi con le cesse. La timidezza svaniva nel nulla, perché si era così in tanti che, mal che vada, tolto uno, due, tre coglioni, trovavi comunque qualcuno simpatico. E’ la legge dei grandi numeri. Ancora oggi mi chiedo come mai Facebook, che ha raggiunto anche persone che non sapevano nemmeno accendere un monitor, ci abbia reso tutti connessi ma nello stesso tempo soli. Un mondo di gente connessa ma solitaria. Per carità, ci sono tanti gruppi che si organizzano proprio grazie a Facebook, ma chi ha conosciuto la chat, sa benissimo che non c’è il paragone, ci rendiamo tutti conto che quello è stato un periodo stupendo che probabilmente nessuna piattaforma virtuale farà tornare.

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Street view di Google ci regala un’immagine del 2011, quando il locale era già stato chiuso.

Come sappiamo e come dico spesso, tutto finisce. Qualche anno fa La Pila ha chiuso i battenti. Hanno aperto un mega ristorante qualche centinaio di metri più avanti. E’ un locale moderno, coloratissimo e meraviglioso, ma la magia che c’era alla Pila non c’è più, infatti ci sono stato solo una volta con gli amici.

Per certi versi sono contento che La Pila non ci sia più, perché per me rappresenta una fase ben definitiva della mia vita. Passandoci e vedendolo chiuso, mi sono passate mille immagini per la testa, mi sono sentito un po’ (molto) Spaccafico (alias Enzo Cannavale) quando, in una delle scene più toccanti di quel grande (ed ahimè unico) capolavoro di Giuseppe Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso”, assiste alla demolizione del cinema stesso.

Ci sono luoghi e ovviamente persone che restaranno sempre nel cuore. Questo è il senso di vivere una vita piena, altrimenti, se si sguazza nell’apatia e nell’odio, non ci sono ricordi, emozioni, cose belle da raccontare.

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L’ex Pila di Concamarise, foto del 2016 scattata da me stesso.

Perché “Mobys si è fermato a Concamarise” ? In primo luogo perché come avranno capito i miei otto lettori, mi piace un sacco rompere le palle con titoli di canzoni, libri o film che ovviamente riadatto per il mio sollazzo blogghistico. In secondo luogo perché credo sul serio che il periodo in cui si andava a cena a La Pila (per i raduni o anche con gli amici, perchè poi divenne un locale che frequentavamo spesso, malgrado fosse parecchio fuori mano) rappresenti il più bello di tutta la mia vita, sotto tanti punti di vista. C’era un senso di “rinascita interiore”, c’erano tanti amici, amori, pettegolezzi, puttane spose, ecc. ecc. C’era sempre qualcosa da fare e c’ero io, venuto da Palermo con la mia bella Punto amaranto che prima della partenza aveva percorso la miseria di 3.000 km in tre anni e che, giocoforza, mi condusse in posti più assurdi della provincia veronese.

Oggi, rivedendo quel locale e quel parcheggio ormai chiuso da anni, mi venne in mente il Mobys con la Punto che si stampava il percorso per arrivare a tal Concamarise, perché ai tempi non c’erano navigatori e ti aiutavi con gli sms. Indimenticabili quelli della mia carissima amica Rosy che ti rispondeva puntualmente: “Cosa vedi di fronte a te in questo momento ?” 🙂

Una delle più belle scene di “Nuovo Cinema Paradiso”

 

Viva Santa Lucia (sottotitolo: viva le Arancine) !

Coincidenza vuole che, la festività odierna, ovvero Santa Lucia, sia parecchio sentita sia nella mia città natale, ossia Palermo, sia in quella in cui vivo adesso, cioè Verona. Nel capoluogo siculo, il 13 dicembre, rappresenta l’unico giorno dell’anno in cui si rivoluzionano le abitudini alimentari. In Veneto, i protagonisti assoluti sono i bambini.

Da palermo.bloggalo.it : “Si narra che Santa Lucia fu l’artefice del miracolo che salvò i siciliani da fame e carestia, il giorno in cui sbarcò al porto di Siracusa una nave carica di grano. Era il 13 dicembre. Il grano venne mangiato al naturale, semplicemente bollito e condito con olio e sale.

La tradizione vuole dunque che, per quel giorno, vengano banditi dalle tavole pane e pasta, e ci si dedichi alla preparazione della Cuccìa con tre ingredienti essenziali: grano, olio e (poco) sale. In alcuni piccoli paesi di provincia, questo ancora accade. Ma ovviamente, anche le tradizioni vanno incontro a cambiamenti: a Palermo, ad esempio, dire Santa Lucia equivale a dire Sant’Arancina. Ebbene sì, altro che carestie. Il palermitano alla sua arancina non può proprio rinunciare, e la festa è giusto un pretesto per abusare, una volta tanto, del preziosissimo “bene culinario”.
Bar stracolmi di gente, tavole stracolme di arancine; al rito in Chiesa si associa il rito della tavola: dopotutto, culto e folklore vanno sempre di pari passo.”

Le arancine rappresentano una delle mie pietanze preferite e, finchè ho vissuto a Palermo, grazie alla maestria culinaria di mia madre, ho sempre rispettato la tradizione di non mangiare pane e pasta, per dedicarmi completamente a queste prelibatezze di riso. Le mie preferite sono quelle “accarne”, mentre non amo particolarmente quelle “abburro”, e adoro tantissimo quelle con spinaci. Ovviamente le variazioni sul tema sono molteplici: specialmente per Santa Lucia, trovate arancine dai gusti più svariati, dal salmone alla salsiccia, dal cioccolato (incredibile ma vero !) al pistacchio. La cuccia, invece, non mi è mai piaciuta. I più maiali (perchè c’è sempre chi riesce a superarmi, da questo punto di vista), addirittura aspettano la mezzanotte per farsi la spaghettata da astinenza 🙂

Santa Lucia, versione Palermo, è considerata, quindi, una festa religiosa ma, come detto, soprattutto gastronomica.

A Verona, invece, come dicevo all’inizio, essa rappresenta il giorno più atteso dai bambini (in pratica ciò che, a Palermo, avviene per la commemorazione dei defunti, a Novembre). E’, anche in Veneto, una tradizione tra le più antiche e sentite.

Tre giorni prima del 13 dicembre, in piazza Bra, la piazza centrale della città, quella dell’Arena per intenderci, arrivano i “banchéti de Santa Lùssia”, secondo una tradizione che risale già al secolo scorso: nelle bancarelle ricoperte di tende, si vendono giocattoli, dolci e altri oggetti da regalo, anche per gli adulti.

Da tourism.verona.it : “Secondo la leggenda veronese, intorno al XIII sec., in città, in particolare tra i bimbi, era scoppiata una terribile ed incurabile epidemia di “male agli occhi”.
La popolazione decise allora di chiedere la grazia a S. Lucia, con un pellegrinaggio a piedi scalzi e senza mantello, fino alla chiesa di S. Agnese, dedicata anche alla martire siracusana, posta dove oggi c’è la sede del Comune: Palazzo Barbieri. Il freddo spaventava i bambini che non avevano nessuna intenzione di partecipare al pellegrinaggio.
Allora i genitori promisero loro che, se avessero ubbidito, la Santa avrebbe fatto trovare, al loro  ritorno, tanti doni. I bambini accettarono… l’epidemia si esaurì…
Da questo momento è rimasta la tradizione di portare in chiesa i bambini, per la benedizione degli occhi, il 13 dicembre e ancora oggi, la notte del 12 dicembre, i bambini aspettano l’arrivo di S. Lucia che porta loro gli attesi regali a bordo di un asinello volante.
Si lascia un piatto sul tavolo con del cibo con cui ristorare sia lei che l’asinello prima di andare a dormire. In questa sera i bambini vanno a letto presto e chiudono gli occhi, nel timore che la Santa, trovandoli ancora svegli, li accechi con la cenere.
La mattina dopo, Lucia  fa trovare loro il piatto colmo di dolci, fra cui le immancabili “pastefrolle di S. Lucia”, di varia forma (stella, cavallino, cuore…), nonché l’altrettanto immancabile “ghiaia dell’Adige”.

In terra scaligera, quindi, si mangiano tanti dolci, soprattutto le “pastafrolle di S. Lucia” e raggiungere Piazza Brà è un’impresa praticamente disperata. Lunghe code di auto e parcheggio introvabile.

Mi ha sempre divertito questo festeggiare Santa Lucia in maniera completamente diversa, da Palermo a Verona, e per questo motivo ho scritto questo articolo. Buona Santa Lucia a tutti, ovunque voi siate e comunque la festeggiate.