Mobys si è fermato a Concamarise.

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Spesso mi si chiede da cosa derivi il mio soprannome “Mobys”. Spiego che esso nacque ai tempi in cui Internet significava sostanzialmente tre cose: il download di quanto più si possa immaginare (con musica e pornazzi leader incontrastati), la navigazione nei siti web e la chat di Mirc.

Mirc era un client diffusissimo che consentiva appunto di chattare con persone di tutti i luoghi e tutti i laghi. Entravi nella “stanza” prescelta e, dopo un po’ di sano allenamento, ad un certo punto nemmeno guardavi più le dita che pigiavano sulla fumante tastiera. Molti di noi hanno imparato a scrivere velocemente proprio grazie alla chat (nel mio caso un ruolo fondamentale lo ebbe il servizio militare).

Ad un certo punto, mio fratello, il quale era molto più avanti di me dal punto di vista della conoscenza della rete, mi spiegò cosa fossero tutte quelle righe colorate e, in pratica, mi fece entrare nel mondo della chat. “La prima cosa da fare – disse – è quella di scegliersi un nickname, cioè un nome virtuale con cui identificarsi una volta entrato in chat”.

Scelsi Mobys perché sono stato sempre un fan del giornalista Michele Santoro e, in quel periodo, ossia nel 1999 (da ciò potete rendervi conto da quanto conosco il web), i giornalisti della trasmissione “Moby Dick” crearono una sorta di appendice alla stessa, trasmettendo “Moby’s”. In pratica il cantante non c’entra assolutamente nulla con la mia scelta e fu solo per un’incredibile coincidenza che Moby esplode nel 2000 con “Play”, grazie al quale viene conosciuto dal grande pubblico.

Non sto qui a raccontarvi le mie vicissitudini chattistiche, altrimenti questo post diverrebbe infinito. Considero la chat il mio periodo più bello da quando esiste internet. Evidentemente davo il meglio di me, cosa che non mi è più riuscita con le varie e tante piattaforme nate successivamente, a parte Flickr, ma in questo caso ho solo un ritorno dal punto di vista numerico, non umano.

Grazie alla chat e al canale #lamervr, ebbi la possibilità di conoscere tanti amici veronesi prima ancora di arrivare in Veneto. Non fu una fase lunghissima perché decisi di partire da Palermo per venire a vivere nel veronese nell’ottobre del 2001 e a fine novembre ero già a Bussolengo. Qualche mese prima, durante l’estate, mi recai financo a Reggio Calabria per conoscere il mio primo (ed unico) grande amore virtuale. Tutto ciò dopo aver comprato il mio primo PC, un fiammate AMD 486 CompaQ Presario, perchè non potevo più accontentarmi dei pochi spazi concessi mio fratello. Ma torniamo a Verona.

Capirete bene che per un palermitano che viene a vivere in una zona molto difficile dal punto di vista dei rapporti umani, avere già qualche amico sapeva di miracolo e, ancor oggi, dopo tanti anni, ovvero dopo aver conosciuto bene pregi e difetti della gente del luogo, grido al miracolo in maniera ancor più convinta.

I gruppi che nascevano tramite la chat erano qualcosa di unico ed irripetibile. Quando si organizzavano i cosiddetti “Raduni” le scene erano abbastanza comiche. Ti ritrovavi, a Piazzale Giotto a Palermo e in Piazza Cittadella a Verona, per fare due esempi che ho vissuto, insieme ad una marea di gente sconosciuta che posteggiava, metteva le quattro frecce e si avvicinava con passo felpato agli altri (che magari si erano già conosciuti in altre circostanze o erano già amici nella cosiddetta “vita reale”). Non appena pronunciavi il nick, nel mio caso c’era una festa assurda, con tanto di abbracci: conoscere quel cazzone (nel senso di persona che scherza, non in termini fisico sessuali) del Mobys era un Evento, anche perché già da allora, purtroppo, centellinavo le mie presenze. Questo è il mio più grande rammarico, ovvero non aver battuto il ferro quando era caldo e quando mi bastava un soffio per modellarlo a mio favore, a Palermo prima e a Verona dopo.

Uno dei locali in cui si svolgevano i “raduni della chat” era il ristorante messicano “La Pila – Mondo Latino” di Concamarise, una località in mezzo al nulla della bassa veronese,  in cui presumo che, nella campagne circostanti, vi siano ancora soldati che finita la seconda guerra mondiale non riescono ancora a trovare la vita di casa.

Avevo avuto una piccola esperienza con un ristorante messicano sito in via Libertà a Palermo, ma alla Pila cambiò tutto, non solo dal punto di vista culinario. Ci fu la vera e propria svolta della mia vita, il Mobys non era un terun qualsiasi che viene a rompere il cazzo a noi “Veneto Stato”, ma una persona simpatica, uno di noi.

Alla Pila si faceva baldoria, c’era festazza e zero problemi. La chat aveva il grande merito di cancellare qualsiasi “muro”, qualcuno a Palermo fece anche a pugni, ma anche questa è una maniera per risolvere “civilmente” i problemi ! 🙂 Ovviamente c’erano pur sempre i “fighi”, ma c’era spazio per tutti. Come nella vita “normale”, le gnocche andavano con i bei picciotti/butel, e i cessi con le cesse. La timidezza svaniva nel nulla, perché si era così in tanti che, mal che vada, tolto uno, due, tre coglioni, trovavi comunque qualcuno simpatico. E’ la legge dei grandi numeri. Ancora oggi mi chiedo come mai Facebook, che ha raggiunto anche persone che non sapevano nemmeno accendere un monitor, ci abbia reso tutti connessi ma nello stesso tempo soli. Un mondo di gente connessa ma solitaria. Per carità, ci sono tanti gruppi che si organizzano proprio grazie a Facebook, ma chi ha conosciuto la chat, sa benissimo che non c’è il paragone, ci rendiamo tutti conto che quello è stato un periodo stupendo che probabilmente nessuna piattaforma virtuale farà tornare.

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Street view di Google ci regala un’immagine del 2011, quando il locale era già stato chiuso.

Come sappiamo e come dico spesso, tutto finisce. Qualche anno fa La Pila ha chiuso i battenti. Hanno aperto un mega ristorante qualche centinaio di metri più avanti. E’ un locale moderno, coloratissimo e meraviglioso, ma la magia che c’era alla Pila non c’è più, infatti ci sono stato solo una volta con gli amici.

Per certi versi sono contento che La Pila non ci sia più, perché per me rappresenta una fase ben definitiva della mia vita. Passandoci e vedendolo chiuso, mi sono passate mille immagini per la testa, mi sono sentito un po’ (molto) Spaccafico (alias Enzo Cannavale) quando, in una delle scene più toccanti di quel grande (ed ahimè unico) capolavoro di Giuseppe Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso”, assiste alla demolizione del cinema stesso.

Ci sono luoghi e ovviamente persone che restaranno sempre nel cuore. Questo è il senso di vivere una vita piena, altrimenti, se si sguazza nell’apatia e nell’odio, non ci sono ricordi, emozioni, cose belle da raccontare.

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L’ex Pila di Concamarise, foto del 2016 scattata da me stesso.

Perché “Mobys si è fermato a Concamarise” ? In primo luogo perché come avranno capito i miei otto lettori, mi piace un sacco rompere le palle con titoli di canzoni, libri o film che ovviamente riadatto per il mio sollazzo blogghistico. In secondo luogo perché credo sul serio che il periodo in cui si andava a cena a La Pila (per i raduni o anche con gli amici, perchè poi divenne un locale che frequentavamo spesso, malgrado fosse parecchio fuori mano) rappresenti il più bello di tutta la mia vita, sotto tanti punti di vista. C’era un senso di “rinascita interiore”, c’erano tanti amici, amori, pettegolezzi, puttane spose, ecc. ecc. C’era sempre qualcosa da fare e c’ero io, venuto da Palermo con la mia bella Punto amaranto che prima della partenza aveva percorso la miseria di 3.000 km in tre anni e che, giocoforza, mi condusse in posti più assurdi della provincia veronese.

Oggi, rivedendo quel locale e quel parcheggio ormai chiuso da anni, mi venne in mente il Mobys con la Punto che si stampava il percorso per arrivare a tal Concamarise, perché ai tempi non c’erano navigatori e ti aiutavi con gli sms. Indimenticabili quelli della mia carissima amica Rosy che ti rispondeva puntualmente: “Cosa vedi di fronte a te in questo momento ?” 🙂

Una delle più belle scene di “Nuovo Cinema Paradiso”

 

I videogames e gli UNSOCIAL network.

Anche in questo week end, l’unico uomo al mondo vittima della sindrome dello shopping sfrenato (la famosissima S.S.S.), ha colpito. Parecchi mesi orsono, decisi di vendere la Playstation 3, considerata, dal sottoscritto (e da chi ne capisce), un mero doppione della Xbox 360, e un santuomo la acquistò su ebay a venti euro in meno rispetto al prezzo dei negozi. Evidentemente, ebbi la fortuna di incontrare una persona vittima della shopping on line (sapete quante ce ne sono ? e non sono certo tutte femminucce impiegatucce).

Avevo terminato Uncharted Drake’s Fortune, uno dei più bei giochi visti nella mia ventennale esperienza di videogiocatore e decisi di tenermi la console della Microsoft. Adesso è uscita la seconda edizione di Uncharted e, ovviamente, armato della mia solita follia e della mia voglia di portare a casa un gingillo hi-tech, ieri mi sono precipitato al Mediaword di San Giovanni Lupatoto.

Adoro questo posto. Non solo perchè vende tutta roba succulenta (praticamente è come portare un morto di fame dentro ad una gastronomia), ma perchè è proprio un bel negozio. Ci sono tante attività analoghe nella provincia di Verona, ma spesso sono luoghi tristi, popolati da commessi tristi.

Venerdì sera, per esempio, sono andato in due negozi. In entrambi i casi, avevano la versione “solo console”, a 300 euro. Un acquisto che non ha senso, sia perchè poi devi spendere 65 euro per comprarti il gioco a parte e, soprattutto, perchè la console esce con 120 giga di hd e non con i 250 della versione con il gioco allegato (che può essere, ripeto, Uncharted 2 o Fifa 10, mentre c’è una versione a 325 euro con due film in blue ray e telecomando).

Torniamo a sabato mattina. Il mio intento era quello di farmi finanziare l’intero importo, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Pur essendoci andato all’alba (erano le 9 di mattina…), da MW c’era un pò di casino e di disorganizzazione. Una sola commessa doveva gestire il gran numero di personcine che chiedevano info sui pc, mentre altre si aggiravano per il negozio in attesa che qualcuno chiedesse lumi sui microonde o sulle spazzole elettroniche che fanno anche da vibratori. Un suo collega si mise a sistemare un minipc di un cliente e rimase bloccato per un’ora nell’invano tentativo di sistemarlo. Gli vedevo aprire mille cartelle e questo non è buon segno. Un tecnico che apre tante finestre è come un cuoco che continua a mettere spezie nel cibo.

Dopo una lunga attesa e conseguentemente alla mia amata Legge di Murphy, fedele compagna di vita, la signorina mi invita a rivolgermi ad un altro ragazzo. Il ragazzo, simpatico e brillante come è giusto che sia un commesso che vende console, mi dice che l’informazione sul finanziamento non è di sua competenza e mi manda al “corner” dove ci sono graziose signorine che si occupano di queste robe (io non sono esperto, compro sempre in contanti).

Mi reco al corner e trovo altro casino perchè, in quel box, fanno di tutto: ricariche telefoniche, ricevimento di apparecchi guasti, spiegazioni sul perchè la macchina che fa l’acqua con le bollicine non funziona (cazzo allora non sono solo io che faccio acquisti del minchio !), spiegazioni sul perchè la macchina fotografica non riesce a mettere a fuoco il culo della moglie, attivazione di nuove schede telefoniche, pagamento con assegno ed emissione fattura. Insomma, tutto ruota attorno a quel povero box. La sera, quelle povere butele, saranno più esaurite di me. Già me le vedo in stile Lino Banfi in un famoso film.

Dopo aver aspettato un’altra mezz’ora, mi viene detto che posso pagare il tutto tramite comode rate e, visto che sono single, mi regalano una vagina vibrante. Scherzi a parte, avrei potuto pagare in un anno, 40 euro al mese ma con interessi di 60 euro. Una cifra, secondo me, alta, considerati anche i tempi che corrono (ormai tutti fanno il tasso zero anche se devi comprare quattro pile duracel).

Esco da Mediaword per rinfrescarmi le idee e vado a fare colazione. Al bar mi incazzo come sempre da quando faccio colazione in un bar veneto (quindi da otto anni), perchè mi fanno il caffè nel momento in cui mi danno la brioches (aspetta zio can, dammi il tempo di magnar !) e rifletto sulla cifra da sborsare tutta in un colpo. Ovviamente è immancabile l’sms a mio fratello che gestisce il “Mobys Help desk”: lui rappresenta la voce della mia coscienza, ovvero mi dice se è meglio evitare l’acquisto X per acquistare Y e via dicendo. Mentre azzannavo il mio bel cornetto al cioccolatto, mi arriva il responso “vai tranquillo, che ti resta nella vita ?”. Per la serie: quando tre parole sono più incisive di mille discorsi.

Rientrai nel negozio e, tra lo stupore dei presenti, afferrai al volo la console (loro non sapevano che, da due ore, la guardavo sbavando, come se avessi davanti una tizia in minigonna), presi un cavo hdmi dorato (perchè io valgo) e andai alla cassa. Acquisto fatto. Ieri pomeriggio ho montanto la mia nuova console, ho rivisto (con piacere) le schermate che già conoscevo, ho fatto tutti i settaggi per connettermi ad internet e, ovviamente, ho provato Uncharted 2: un capolavoro, come il primo, più del primo. Una grafica che ti fa restare a bocca aperta. Il ripercorrere certi enigmi (che rappresentarono l’aspetto più esaltante della prima edizione, cioè quella di capire dove saltare, dove salire, ecc.), mi ha fatto totalmente dimenticare l’ammontare della cifra esborsata.

Ovviamente non venderò più la Playstation, così come non vendo la Wii, che non accendo da tanto tempo. Sono acquisti che mi hanno regalato (e la play mi regalerà anche in futuro, ne sono certo) momenti di grande svago e, personalmente, in questo periodo storico, non trovo niente di meglio.

Come ho detto tante volte, più o meno tra le righe, internet sta attraversando una fase molto cadaverica per il sottoscritto; non costituisce più un bel passatempo, come era ai tempi delle chat di mirc, quando la gente aveva un approccio completamente diverso.

Il fine del chattista era quello di scambiare due chiacchiere e magari conoscere qualche signorina. C’era chi andava solo in “query” (discussioni, in privato, tra due persone) e chi, come me, amava stare “in chan” per fare casino e ridere. Cazzo, quanto si rideva.

La chat era un mezzo per raggiungere il fine del comunicare.

I social network di adesso sono già un fine. Si parte con l’iscriversi per poi cercare di capire il perchè ci si iscrive. “Io sono qua perchè ci sono tutti. Ora devo capire cosa cazzo fare”.

Molti considerano facebook un passo dovuto, ma non sanno cosa vuol dire comunicare e condividere. Lo dirò sino all’infinito, lo ripeterò finchè questo blog avrà vita. Dal mio punto di vista, non vedo gente che vuole comunicare, vedo solo persone che vogliono apparire. Il mezzo e i mezzi non si discutono, sono anche validi (ottimo facebook, per esempio, per stare in contatto con gli amici, ecco perchè non mi cancello), ma è sbagliato il “nuovo approccio” che ha la gente.

Se fossero tutti bimbiminkia, potrei capirlo. Il guaio è che ci sono tante persone di 40 e 50 anni che hanno comprato il pc per iscriversi a facebook. Un mezzo autoreferenziale, diceva, giustamente, un mio amico ieri sera. Tante persone mostrano le proprie emozioni/incazzature/gioie/dolori, ma nessuno le discute. Un vero peccato. Abbiamo uno Stadio pieno di gente che non esulta nemmeno se ha segnato Zoff di testa su calcio d’angolo.

Vedo tanti spunti interessanti che rimangono fini a se stessi (tranne un “mi piace” qua e là, che tanto costa poco), vedo gente che si iscrive a mille gruppi, ma che non ti risponde al messaggio privato, vedo gente che si precipita a correggerti l’errore grammaticale, ho visto numerosi incidenti diplomatici (“potevi dirmelo che andavi al cinema sabato sera”), ho visto gente cancellare una mia risposta perchè “sto facendo un ragionamento tecnicotattico con una tizia” !

Insomma, apri una discussione su facebook, ma non vuoi che gli altri intervengano perchè potrebbero intralciare la tua discussione con la scema di turno ? Ma sai cosa vuol dire Internet ? Sai cosa è il dialogare, l’interagire, il confrontarsi, lo sputtanarsi come faccio io con questo cazzo di blog inutile, il litigare, l’apprezzare, il criticare, l’amare ?

Scarsissimi ! Il livello del popolo internettiano si è abbassato, negli ultimi anni, in maniera paurosa. Ed io sono orgoglioso di fare parte di un’altra generazione, sono orgoglioso di aver visto nascere questo mezzo, di essere andato in giro con mio fratello a parlare con pseudo esperti di wingate e condivisione di due pc, quando la gente pensava che la Lan fosse un’associazione animalista. Altro che wi-fi.

Sono orgoglioso di aver scoperto, insieme a Zio Martin e grazie soprattutto a Zio Martin, che un cavo “RJ45 cross” poteva farci navigare insieme. Sono orgoglioso dei raduni che organizzavano i ragazzi di #Palermo, sono orgoglioso e ho nostalgia dei tempi in cui riempivamo Piazza Unità d’Italia e si andava a mangiare una pizza tutti insieme. Quanti eravamo ? 100, 200 ? Quanti articoli ci ha dedicato il “Giornale di Sicilia” ? Adesso, per un trafiletto, ci sono discussioni infinite tra bloggher, più o meno star, più o meno invidiosi . E quanti eravamo quelli di #lamervr ?

Palermo come Verona, due mondi completamente diversi, ma con gente legata da una passione comune: la chat. Si litigava, si veniva “bannati”, ma c’era condivisione e comunicazione. Oggi è tutta fuffa, tutto fumo, il tanto fumo fatto da gente che vuole, come detto, solo apparire: “sono un bloggher, ma me ne guardo dal leggere i blog degli altri”. Scrivo una cazzata su Twitter e giù commenti solo perchè sono più conosciuto di Mobys. E così è più importante dire “oggi serata trasgressiva, mi faccio una sega con la mano sinistra”, piuttosto che discutere temi come “esiste una valida alternativa all’iphone ?”.

Scarsi… guardatevi il Grande Fratello e lasciate perdere la storia di internet perchè voi non siete degni di farne parte. Ah, scusate gli errori grammaticali: sono S C A R S O, altrimenti farei il web designer ingegnier dottored con la supercazzola prematurata e scappellamento a destra.