I viaggi sono un cerchio che non si chiude mai. 

Amici, ma quanto è bella la frase che ho pensato come titolo ? Prima di scriverla l’ho cercata su google perchè mi sembrava strano che nessuno ci avesse pensato prima, e ho scoperto che è tutta farina del mio sacco ! Non sono un genio ? Foisseeeeeee.

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“La solitudine dei numeri primi”: mai visto un film così brutto !

“Lento e melenso, vuoto e inconsistente, vacuo e freddo, impreciso e stantio: melmosamente statico, senza crescite, né flessioni“. Un certo Graves, conclude così la sua recensione del film “La solitudine dei numeri primi”, pubblicata su mymovies (http://www.mymovies.it/film/2010/lasolitudinedeinumeriprimi/).

Ieri sera, ero armato di grande entusiasmo. Dopo essere andato alla “Fiera del Riso” di Isola della Scala (evento che attendo tutto l’anno), mi sono precipitato al “The Space Cinema” de “La Grande Mela” perché ero alquanto incuriosito dal vedere un film tratto da un libro che ho letto.

Ebbene, ho incollato l’opinione suddetta perché mi trova perfettamente d’accordo. “La solitudine dei numeri primi” è un film pessimo, uno dei peggiori che abbia mai visto. A dieci minuti dall’inizio, volevo scapparmene, cosa praticamente mai accaduta ad un amante del cinema come me.

Mi continuavo a chiedere “chissà cosa stanno pensando le persone che non hanno letto il libro”, ovvero: cosa cazzo avranno capito ? Forse sono state agevolate proprio dal fatto di non conoscere la storia e di vedersi un film che, per loro, rappresentava tutto una sorpresa.

Tralascio i vari accostamenti poiché mi rendo conto che, spesso, quando si gira un film si prendono delle “licenze” che lo rendono diverso dal manoscritto. Posso tollerare, quindi, certi “passaggi” che sono saltati o minimizzati, ma non l’aver violentato il (bellissimo) senso stesso del libro. Lasciamo perdere quindi il fatto che, per esempio, nel libro, Alice non incontra Micky in un supermercato. Inoltre, la morte della madre non viene presa in considerazione, il matrimonio (ivi compresa la scelta di non avere figli e la separazione) e la figura di Fabio sono troppo marginali, così come non si intuisce affatto l’avvilimento di Fabio stesso a cospetto di un’Alice che diventa sempre più magra a causa dell’anoressia. La festa viene “allungata” in maniera eccessiva e il padre di Mattia ha un ruolo erroneamente meno forte rispetto a quello della madre.

Come dicevo prima, mi stanno bene i cambiamenti, altrimenti tutto suonerebbe strano. Spesso, per esempio, un mio amico mi ha detto che il libro scritto da Enrico Brizzi “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”  è un po’ diverso rispetto alla storia narrata in uno dei miei film preferiti in assoluto. Ciò che non tollero, da umile spettatore, è che venga perso il senso, almeno per quanto mi riguarda.

Scrive Domenico, sempre su mymovies :” L’unica cosa che c’è nel libro e che è mancata a noi vedendo il film è ‘ la spiegazione ‘ del titolo, bruciata durante una festa di matrimonio e accennata dalla sposa tra la confusione generale. La spiegazione ? Nella serie infinita dei numeri naturali, esistono alcuni numeri speciali, i numeri primi, divisibili solo per se stessi e per uno”.

Ecco il senso !  In questo mondo di ladri (vabbè non è il momento di cantare, caro Mobys !), dicevo, in questo mondo, ci sono (sulla carta)  i superman, le persone che hanno tutto, le persone che sono sempre felici, i ricchi, gli psiconani, ecc., ma ci sono anche delle persone che, pur avendo condotto una vita condizionata fortemente dal proprio handicap mentale/fisico, sono persone speciali. Persone che conoscono la solitudine proprio perché si rendono conto che non c’è miglior compagno di vita che non sia il proprio io. Non c’entra l’asocialità: Mattia, malgrado il suo essere completamente imbranato, è un genio della fisica, odia le feste (forse perché gli ricordano sua sorella), ma va a quella di Giorgia ed incontra Alice. A lei confida, dopo tanti anni di amicizia, la storia di Michela ed entrambi, numeri primi, si dicono “come farò a vivere senza di te ?”. Mattia, che calcolava matematicamente la minima minchiata, accetta l’invito a cena di un collega e grazie a questo invito conoscerà Nadia.

Il libro si conclude in maniera splendida, lanciando un messaggio di speranza: Mattia, all’estero, come dicevo pocanzi, incontra un’italiana emigrata e i due trombano come ricci. Un altro aspetto che il film nemmeno caga di striscio e che, per me, è invece fondamentale. Poi riceve l’sos di Alice, insieme ad una vecchia foto che li ritrae insieme e scappa via in Italia per capire cosa è accaduto alla sua migliore amica. I due si rivedono dopo anni e si parlano: Alice non dirà a Mattia che forse ha visto sua sorella Michela (che tutta la famiglia considera morta) e poi le loro strade di dividono nuovamente. Entrambi capiscono che è giunto il momento di voltare pagina. Mattia ha conosciuto una persona che lo considera speciale (nel libro ricordo ancora a memoria la frase “non so cosa hai, ma so che mi piace”), Alice trova un briciolo di pace (“nessuno sapeva dove lei si trovasse. Anche questa volta non sarebbe arrivato nessuno. Ma lei non stava più aspettando”. Frase scritta nel libro, mentre il film si conclude con Mattia e Alice che guardano il fiume, poi titoli di coda e la gente che va via dal cinema quantomeno perplessa).

Libro (Premio Strega 2008 e  divenuto un best seller) voto otto, film slegato, senza né storia né filo logico e con financo musiche da film horror, voto tre. Oggi mi sento buono…

Meglio Shrek che la zucca.

Sabato sera, per la prima volta in vita mia, sono entrato in una sala cinematografica dove proiettavano un cartone, anzi un “film d’animazione”, in 3D.

In questi giorni di fine estate, il cinema non offre chissà quali titoloni, ma mi andava proprio una serata di grande relax e, da questo punto di vista, il cinema rappresenta, per me, una vera e propria oasi. Avendo visto i precedenti episodi della saga, mi sono buttato su “Shrek – E vissero felici e contenti”, una sorta di “garanzia del sorriso”.

Il biglietto costa 10,50 Eur e, ovviamente, ti danno anche gli appositi occhialini. Il mio timore era quello di non poterli indossare (avendo già gli occhiali da vista) e , in effetti, non è il massimo della goduria vedersi un film indossando due paia di occhiali. Tuttavia, credo di essermi esaltato ed emozionato come un bimbo davanti ad una giostra. Sappiamo già che il 3D è una meraviglia, ma assistere ad una proiezione è qualcosa di indescrivibile. Ero più esaltato del bimbo (puntualmente scassaminchia) che avevo accanto. Vedere la carrozza che viene verso di te o i personaggi che “escono” dallo schermo, è veramente stupefacente. Spero che, in futuro, trovino una soluzione per comoda per i quattrocchi come me. Come sempre, divertentissimo Shrek. Le volte scorse, orco a parte, ho apprezzato tanto il mitico “Ciuchino” (che mi ricordava il Mobys chiacchierone di qualche anno fa), mentre, ieri sera, mi ha fatto morire il “Gatto con gli stivali”. E che dire dei tre figli di Shrek ? la femminuccia è spettacolare ! :-)

Guardate sti capolavori gente e, se possibile: giocate, giocate, giocate. Fate in modo di non farvi fottere da quel falso e dannato “parametro” che è l’età anagrafica. Lo dicono tutti coloro che parlano bene: restare bambini è una delle chiavi per vivere felici. Io, playstation a parte (finalmente ho trovato un titolo che sta “scaldando” la mia console come ai bei tempi di Uncharted. Parlo di Mafia II), ieri sera, ripeto, mi sono divertito un casino e sono uscito dal cinema con un sorriso grande quanto la mia panza, alla faccia della Festa della Zucca di Pastrengo (mia meta iniziale), dove c’era una fila clamorosa per fare lo scontrino e un’altra fila clamorosa per prendere la porzioncina di risotto a 4,50 euro. Quest’anno le ho saltate tutte le mitiche sagre, anche se, alla fiera del Riso di Isola della Scala, che aprirà le porte il 15 settembre, non mancherò. Così come non mancherò alla proiezione del film “La Solitudine dei numeri primi”, visto che ho letto il libro e, anche in questo caso, sarà la prima volta che vedrò un film dopo aver letto il libro.

 

Chi sbaglia di più ?

Solito problema: a Gardaland, ad una bambina down, viene vietato di salire su un’attrazione. La direzione non è responsabile, l’associazione familiari con bimbi disabili insorge e se la prende soprattutto con il costruttore dell’attrazione, perchè è quest’ultimo che stabilisce chi può utilizzare il trenino piuttosto che l’otto volante, ecc.

E’ molto brutto che una bimba, già sfortunata di suo, veda un ostacolo dinnanzi a se. Non è questione di divertimento, per i bimbi, un gioco vale l’altro (stiamo parlando di un grandissimo parco, mica delle giostre do zu Pippinu), ma sentirsi dire NO.

In queste storie, io vedo due colpevoli: non può esserci un parco di divertimento con delle limitazioni per disabili (a meno che non si tratti di qualcosa di particolarmente grave). I costruttori hanno i loro validi motivi per asserire che un bimbo o una bimba down non possono salire su una loro macchina, ma si devono impegnare per rendere la stessa ancora più sicura, per cercare, ovviamente se possibile, di limitare al massimo… le limitazioni :-)

In secondo luogo, cari genitori, cerchiamo di essere un tantino più svegli. Nel momento in cui si entra, insieme al (sacrosanto) biglietto omaggio, viene consegnata una brochure con indicati i giochi utilizzabili e quelli no. Guardiamo, leggiamo e cerchiamo di tenere distante, il nostro bimbo, da quell’attrazione che non può utilizzare.

Siamo sicuri che facendo casino, urlando, gridando e protestando (non parlo di questo fatto, ma in generale), si migliorano le cose e, soprattutto, togliamo la delusione dal volto del bambino ?

Ciao ferie, ciao estate.

Domani riprendo a lavorare. Sarà dura, dopo tre settimane di sollazzo, di piedi orfani degli scarponi, di sveglia disattivata.

Ciao, care mie belle e lunghe ferie estive.

Ciao mare altavillese, che mi conosci praticamente dalla nascita, ciao giretti in moto con mio fratello Giuseppe “alla ricerca di…”, ciao sortite aumma aumma (sottobanco) con Ciccio (perché ogni occasione è buona per vedersi, quando lo si vuole per davvero).

Ciao acqua ghiacciata e anice che mi sparavo nel gargarozzo dopo un lungo bagno e allo “spuntino” delle 18 preparato da mia madre che mi hanno fatto tornare bimbo (anzi meglio di allora, perché quando ero piccolo mi vergognavo di mangiare al mare).

Ciao Sicilia disordinata e sicuramente incivile, ma dove può succedere di parlare con sconosciuti di alghe e di mare pulito; ciao pioggia, grazie di non esserti presentata dalle mie parti; ciao Panda Rossa perfettamente pulita e con goduriosa aria condizionata; ciao bimbi maleducati che rompete i coglioni in spiaggia: la colpa non è vostra ma dei vostri genitori, totalmente inadeguati; ciao lido inadeguato; ciao “smetto di fare il DJ perchè non balla nessuno”; ciao gnocche, tutte puntualmente sposate o fidanzate; ciao arancine “accarne”: sappiate che io amo anche quelle “aspinaci”, così come le “ragazzate”. Ciao Sciacca e spiaggia dove non si sentiva nemmeno volare una mosca.

Ciao amiche ed amici “del nodd” che avete trascorso qualche giorno nella mia terra: se riuscireste a riportare su un pizzico di calore umano che, sicuramente, avete apprezzato durante la vostra vacanza, forse le cose andrebbero un po’ meglio, per tutti.

Ciao cogliona che atterri a Punta Raisi con la felpazza “Formentera”, anche se ci sono 30°, ciao Zu’ Natale che sembri più giovane di un giovane.

Grazie a tutti coloro che hanno avuto la pazienza di sopportarmi, in queste tre settimane.

Questo è il mare che ho lasciato il giorno della ripartenza per Verona:

“Ti voglio vivere”: che debutto per la Rasulo !

E’ la prima volta che leggo un libro scritto da una persona che conosco, anche se pochissimo. Non oso definire Rossella Rasulo un’amica (chissà, magari potrebbe offendersi) ma è, sicuramente, una delle pochissime persone che stimo in un panorama, quello dei social network che, come ho già scritto in passato, ai miei occhi è alquanto desolante.

Ho comprato il romanzo “Ti voglio vivere”, spinto da enorme curiosità. Ho pensato: “A differenza mia, Rossella è una Vera blogger, vediamo cosa cavolo le sarà passato per la testa”; perché, un conto è gestire un blog, un altro è riuscire a farsi pubblicare nientemeno che da Mondadori.

“Ti voglio vivere”, il romanzo della debuttante Rasulo, è un bellissimo libro, ve lo dico subito. La mia libreria contiene una decina di libri (la metà riguardanti la cucina…), non sono quindi “uno che legge”, ho sempre apprezzato le storie di Fabio Volo e, sinceramente, ero convinto di non riuscire mai a leggere un libro scritto da qualche altro autore. Questa convinzione ha avuto riscontro, per esempio, con “La solitudine dei numeri primi”, un romanzo di cui ho letto solo i primi due capitoli.

Il mio giudizio nettamente positivo è derivante da diversi fattori: è di facile lettura (il romanzo scorre via che è una meraviglia, non è mai banale e non vedi l’ora di leggere la pagina successiva), l’essere arrivato alla fine dicendo “oh che peccato, è finito”, nonchè l’essermi affezionato ai personaggi della storia.

Non intendo spoilerare, non vi racconterò la storia, ma vi dico che mi ha regalato qualche bellissima emozione, cosa che, ribadisco, fin qui era riuscita solo a Fabio Volo (ultima fatica letteraria a parte).

“Ti voglio vivere”, ci fa tornare indietro nella nostra giovinezza, ci consente di fare rewind, ovvero di riavvolgere il nastro della nostra vita, riportandolo a quando avevamo l’età più bella (ma non lo sapevamo), a quando abbiamo vissuto i primi amori e le prime delusioni, versando stupide lacrime e gioendo per un misero sorriso; a quando avevamo “il posto” (nel libro è la “Casina”), dove ci si ritrovava e quando credevamo ancora che gli amici non ci avrebbero mai e poi mai deluso.

In bocca al lupo per il futuro da scrittrice, cara Rossella (il suo blog lo trovate all’indirizzo http://www.ninna.it/) e complimenti perchè, secondo il mio modestissimo avviso, il tuo esordio è da 10 e lode !

Edicola e dintorni.

Ho sempre avuto una certa passione per i fumetti. Una passione che, insieme a quella per il calcio e per i Depeche Mode, mi è stata trasmessa da mio fratello. A differenza sua, però, io non sono un collezionista, non ho nessuna serie dal numero uno e mi piace leggere svariati fumetti, manifestando la mia grande lunaticità anche in questo campo. Insomma, i miei gusti variano continuamente e passo da un fumetto all’altro senza pensarci due volte (un pò come mi accade con le donne…).

Sono, dunque, uno “stufato patentato”, non nel senso che vendo stufe, ma se una determinata cosa non continua a fornirmi nuovi stimoli, l’abbandono al suo destino. A volte ho ritorni di fiamma dovuti alla passione che si riaccende, spesso percorro nuove strade. Ho un continuo bisogno di cambiamenti e, probabilmente, è anche per questo motivo che andrei via da Verona pure domani: non importa se a Londra, a Bologna o a Siena, mi sentirei nuovamente un pesce fuor d’acqua, continuerei a partire, a zingarare, alla ricerca del mio posto nel mondo (che c’è senz’altro, che non è rappresentato da una morosa e che mi aspetta da quando sono nato). La gente parla subito di “fuga”, io rispondo che si fugge sempre da un qualcosa, se questo qualcosa è il nulla, allora che fuga è ? Ma poi dovete sempre tenere a mente la prima Legge del Mobys (” La gente non capisce un cazzo”), quindi non fatevi mai influenzare da nessuno, qualsiasi cosa facciate e qualsiasi cosa vorreste fare.

Torniamo alla lettura. La domenica, da quando ero piccolo, trascorro una ventina di minuti dentro l’edicola alla ricerca di qualcosa di interessante da leggere (modo elegante per definire quella che, in realtà, è una semplice lettura da cesso). Dopo un anno, ho disdetto l’abbonamento a “Panorama”, perché, tanti anni fa, rappresentava “tutto ciò che devi sapere” (vedi spot dei tempi), adesso, almeno dal mio punto di vista, è l’ennesimo organo di stampa di papi Silvio. Poca informazione utile e tanta politica: praticamente tutto ciò che serve solo a rompersi ulteriormente i coglioni dopo una giornata lavorativa, altro che lettura rilassante. L’alternativa di sinistra esiste, è “L’Espresso”, ma, come avrò già avuto modo di dire, non gli ho mai perdonato la sua campagna “Velenitaly” alla vigilia del Vinitaly dello scorso anno (l’Italia sembrava la patria delle cantine truffaldine che, per il mero guadagno, giocavano con la salute dei cittadini; poi si scoprì che il problema riguardava un paio di aziende). Inoltre, adotta un linguaggio che mi ricorda quello dei documenti che stilavamo nei circoli di Rifondazione Comunista, quando i compagni scrivevano e parlavano in una maniera talmente complicata da capirsi, forse, solo tra di loro (e il Pd ancora non ha capito che deve scendere dal pulpito e che la “massa” non è composta da filosofi ed intellettuali, ma da gente a cui non fotte un cazzo dell’apostrofo tra qual ed e, ma a cui interessano risposte).

Accantonati i giornali politici, la mia attenzione si sposta verso altre letture, ripeto, scorrevoli e rilassanti.  Ogni mese compro “Turisti per caso”, la rivista scritta dai viaggiatori e ovviamente curata da Patrizio Roversi e Syusy Blady. Ha un ottimo rapporto qualità/prezzo (costa 1,50 euro) e questo fa si che continui a comprarlo. Viceversa, ovvero se costasse quanto altre riviste del settore, avrei già rinunciato da un pezzo. Il motivo è semplice: si parla troppo di viaggi impossibili (distanti e da fare durante l’anno, non nei periodi, ahimè, canonici) e pochissimo di mete locali. In ogni caso, se dovessi scegliere una meta dove andare a trascorrere le mie agognate vacanze, mi affiderei a qualche guida specializzata o, al limite, leggerei con estremo interesse gli articoli scritti dal mitico Roversi, non certo l’opinione di un altro viaggiatore (la componente soggettività è già tanta quando si va a mangiare nello stesso ristorante, figurarsi per quanto concerne i viaggi).

Altro giornale che parla soprattutto di cose (in questo caso hi-tech) impossibili, è “Jack”: grandi gnocche in copertina, oggetti elettronici per imprenditori. GQ e Max hanno, al loro interno, più pubblicità che altro, “Focus” è alquanto interessante (compreso “Focus Storia”), ma non lo compro spesso, idem per le varie riviste sul cibo, soprattutto quelle relative ai primi piatti. Le riviste sui videogiochi, purtroppo, parlano tanto dei titoli che usciranno in futuro e poco di quelli che attualmente sono in commercio. Escludo le varie riviste psicologiche perché, da questo punto di vista, sono molto scientologo, ossia già non credo affatto nel potere guaritivo di persone che ti ascoltano (pensando ai loro cazzi o a come sei messo male), figurarsi se ritengo opportuno spendere 4,50 euro per comprare Riza ,che questo mese ti spiega come essere felice (mej cojoni) o Riza Salute che ti spiega come si caga più felicemente.

Torniamo ai fumetti. In questi ultimi mesi ho apprezzato tantissimo il bonelliano “Brendon” e mi sono piaciuti anche i primi due numeri di “Valer Buio”, edito dalla Star Comics (la stessa casa editrice di “Lazarus Ledd”, che comprai per circa 100 numeri). C’è un pò di Dylan Dog in entrambi i personaggi. Brendon è un cavaliere di ventura sempre pronto a schierarsi con i più deboli (praticamente Mobys fatto fumetto). Mi piacciono le sue storie, i disegni e l’ambientazione (un mondo tornato al medioevo dopo la caduta di un meteorite sulla terra), un pò meno che si faccia una trombata per ogni storia (sarà invidia, sarà che ricalca, ripeto, l’indagatore dell’incubo). Valter Buio è un personaggio creato quest’anno. Mi piace l’ambientazione romana ed il genere. Buio è uno psichiatra di fantasmi: morti che sono rimasti in una sorta di “limbo” e che devono risolvere qualcosa rimasta in sospeso, prima di passare definitivamente al creatore (o chissà dove). Sono due bei fumetti, ve li consiglio. Anche Magico Vento è spettacolare, ma mi ha stancato la sua ricorsa al nemico Hogan, durata praticamente mezzo anno (essendo bimestrale, se tu racconti una vicenda in tre albi, ti fotti sei mesi).

Infine, ho capito che, con gli anni, cambia anche il modo leggere i fumetti. Un paio di mesi fa ho comprato Tex Willer (una pietra miliare nel panorama dei fumetti), ma mi ha fatto incazzare il suo ripetuto affidarsi ai motti (vedi “non si può fare la frittata senza rompere le uova”. Finchè leggi una battuta del genere in un albo, va bene, ma quando diventano tre, ti rompi le scatole. Senza contare che non viene ferito nemmeno se gli sparano da mezzo metro). E il mio amatissimo Topolino ? Quanto lo amavo quando ero piccolo ? Ricomprandolo adesso vedo solo Topolino che è un fighetto pallone gonfiato che sa tutto lui, Minnie una rompicoglioni perennemente in preda al ciclo premestruale, Pippo un mona (minchione per i miei paesani), Gastone ha un culo che farebbe bestemmiare anche il Santo Padre, Zio Paperone è il titolare di ognuno di noi, Nonna Papera mi fa venir fame (anche lei esiste davvero. E’ giovane, risiede a Bovolone e ha sposato un certo Toni Taricone). Fermo restando che, per tanti anni, ho considerato Paperoga una cugina (cioè non un maschio).

Per concludere, credo che, considerando il panorama editoriale attuale, le mie amate edicole abbiano ancora una loro funzione fondamentale proprio per quanto riguarda i fumetti. Tutto il resto, eccezion fatta per i vari giochi di enigmistica, direi che Internet, oramai, sostituisce in toto (e anche meglio) ciò che trovate, in forma cartacea, in edicola, non a caso diventato oramai un negozio pieno di oggettini, allegati, minchiatelle, ecc.

Il mio primo Vinitaly.

Oggi si è conclusa la 44^edizione del Vinitaly. E’ stata un’edizione sobria, dove la sostanza ha avuto la meglio rispetto a certe mosse commerciali che, in questo periodo di crisi, sarebbero risultate fuori luogo. Tra i pochi vips presenti (per la prima volta c’è stato anche il Presidente della Repubblica), i giornali locali hanno segnalato un paio di personaggi di un certo spessore: Gérard Depardieu, ospite della Regione Friuli, che ho visto sabato mattina attorniato da ridicoli gorilla tendenzialmente minchioni (spingevano a destra e a manca, ma la gente voleva fare solo una foto !) e il sottoscritto Vincenzo Mobys, il più grosso esperto del settore sia eno che gastroduodenale (non a caso soprannominato anche l’uomo-bicarbonato).

Ho fatto, quindi, il mio esordio al Vinitaly, dopo averci pensato per appena otto anni, ovvero da quando lavoro nel settore. Ovviamente, il buon Mobys, dal punto di vista-gaffes, non si smentisce nemmeno in queste occasioni. Innanzitutto, leggermente intimorito da un mio collega che, venerdì, con la solita non scialanz,  sfoggiando un francese invidiabile, mi disse: “vincè, vacca boia, ti gai da esser al parcheggio dello stadio alle otto, altrimenti, col cazzo che trovi parcheggio, zio can, zio boia, viva la Madonna” , ho impostato la sveglia alle 7.30. Mezz’ora prima, quindi al consueto orario lavorativo, ero già sveglio e mi precipitai allo stadio, dove, una navetta, mi avrebbe accompagnato alla Fiera dell’est, dove un topolino mio padre comprò.

Schizzo da casa alle 7.20, prendo la Tangenziale al volo e arrivo al primo parcheggio dello stadio (quello solitamente riservato ai tifosi ospiti, per intenderci). Dinnanzi a me, solo prateria, ovvero un grandissimo prato deserto. Credevo di essermi trasformato in Heidi. “Sarà sicuramente il posto sbagliato”, pensai, e andai nel parcheggio più vicino allo stadio. Anche lì, deserto totale. Parcheggio, leggermente incazzato, e vado a farmi un giro al mercato. I personaggi Jesus stavano ancora allestendo i vari banchetti e, decisi di fare colazione. Solito cornetto del cazzo, freddo come una donna della zona, e sosta alla fermata (dove intanto arrivarono altre persone), in attesa che arrivi la prima navetta, quindi aspettando le 8.30 ! Cinquantaminuti di anticipo, praticamente. Navetta presa e, finalmente, si va in Fiera. Chiamo un mio uomo e gli chiedo di farmi entrare (in quanto vips, avevo ovviamente l’ingresso aggratis) e, a quel punto, fui preso dalla classica S.D.P. (Sindrome del portoghese), la quale, com’è noto, assale tutti coloro che sono abituati a pagare il biglietto anche quando devono entrare nel cesso di casa propria, ma che, una volta nella vita, hanno qualcosa gratis.

I cinque metri che mi separavano dal tornello sono stati i più lunghi della mia vita. Divenuto paonazzo con sfumature di violaceo, ho immaginato cecchini che mi facevano fuori, botole che si aprivano dinnanzi ai miei piedi (e quindi prigioni appositamente create per tutti i furbetti del quartierino), l’Arena ritrasformata in arena per farmi sbranare dal Leon che magna el teron, punizioni corporali, divieto assoluto di mangiare Kebab per qualche mese, abusi sessuali abusivi, fino alla punizione più temuta: la crocifissione nel piazzale della fiera, con l’apposito cartello inchiodato nel mio povero deretano e la scritta “io sono entrato aggratis”.

Per fortuna, tutto ciò non avvenne. Una volta entrato, mi resi conto della maestosità di questa fiera, non a caso considerato evento mondiale. Ovviamente, entrai subito nel padiglione del Veneto, per salutare i miei colleghi e poi feci un salto in Sicilia. Alle nove le presenze non erano granché. Alle nove e mezza iniziai a sentire un po’ di stanchezza, anche perché mi misi delle scarpe scomodissime, malgrado siano Geox (evidentemente si sono scaricate le pile). Alle dieci, dopo aver visto Veneto, Sicilia e Toscana, mi apparve l’Arcangelo Gabriele per preannunciarmi la mia prossima maternità. Decisi, quindi, di sedermi in una panchina, accanto ad una pertica succhiacazzi. Una pausa di dieci minuti che ci voleva meglio dell’olio.

Torno a fare il mio giretto: la voglia di vedere i vari stand era tanta (alcuni erano delle vere e proprie mini opere architettoniche) mentre, paradossalmente, non essendo un gran bevitore, il vino in se non era in cima ai miei pensieri (credo di essere stato l’unico a pensarla così).

Alle undici, decido di perdere la verginità. No, non incontrai Robert Malone, ma mi diedi al bere. Il primo assaggio è stato in Emilia Romagna (una delle 872 mete dove, come sapete, andrei a vivere), perchè avevo un buon ricordo del Lambrusco e volevo riassaggiarlo. I personaggi preposti sanno, ovviamente, che la gente va lì per rompere i coglioni e bere, ma io sono, come detto, di un altro livello, sono nel girone tra i Sommelier e gli Enologi, quindi non devo mostrare la mia totale ignoranza nel settore. Tanto, bevono tutti, cosa costa a chiedere un assaggio di Lambrusco ? Bevono persino due grozziose ragazzine poco più che ventenni, ed io che credevo che, a quell’età, pensassero solo alle borse di marca, alle scarpe di marca e ai cazzi di marca.

La gentilissima operatrice mi chiede “Lambrusco ? ok signore. Lo vuole amabile o fermo ?”. Sarà stata la stanchezza, il caldo, la lampada. Sarà che sono più stronzo del Dr. House (cit. amica mia), ma stavo per dirle “ma che cazzo ne capisco io ? mi dia il primo che le viene a tiro”. Per fortuna stiedi calmo calmino, finalmente potevo bere ma…. che succede ? “Mi scusi signore, mancano i bicchieri”. Minchia che mito ! Dopo otto anni, ti vengo al Vinitaly, sono tre ore che cammino come un coglionazzo, decido di non bere a “casa mia”, cioè in Veneto o in Sicilia, ma in Emilia, e tu mi dici che mancano i bicchieri ? Vabè, aspettai. Volevo il Lambrusco, era una scelta di vita. Attesa ripagata da un assaggio direi favoloso. Ricordavo bene. Il Lambrusco è un vinello rosso che merita tanto. Volevo fare il bis con un Sangiovese di Romagna, ma mi recai nuovamente in Sicilia. Chiesi delle informazioni a dei giovani che gestiscono una cantina nel palermitano. Mi risposero che sembravano scesi dalla luna, erano tra il rincoglionito ed il “ma che cazzo dice questo ? noi siamo qui solo per prenderci una vacanza” e, naturalmente, nemmeno osai bere qualcosa. Ho puntato su due nomi forti, ovvero Settesoli e Rapitalà, dove ho bevuto dell’ottimo e deciso Nero d’Avola e un altro mio vino preferito da sempre, ovvero un poetico Shiraz, davvero superlativo. Ecco, in questi ultimi due casi, ho avuto il piacere di dialogare con gente che ne capiva, che rispondeva a certe mie domande “tecniche” e che non si faceva pregare assolutamente nel versare un pò di vino nel calice.

A quel punto, ero completamente soddisfatto, in tutti i sensi. Ho incontrato un’amica londinese, siamo andati insieme all’Agrifood (un padiglione dedicato all’olio di oliva) e poi tornai a casa, previa navetta (inutile dire che, alle 14, il parcheggio era strapieno).

Impressioni finali: a livello viabilistico, il vinitaly, per noi veronesi, è assolutamente accessibile, senza bisogno di fare alzatacce. Ci si può andare, tranquillamente, il sabato, arrivando al parcheggio anche alle nove circa. Poi, sicuramente, inizia il caos. L’organizzazione di Verona Fiere e del Comune di Verona è, secondo me, ottima. Le navette sono gratis e passano ogni venti minuti. Io, alle 8.30, ero un po’ strettino, ma era la prima navetta che partiva e c’erano tante ragazze che dovevano andare a lavorare. Le navette passano anche dalla stazione centrale e da piazza Brà, quindi zero problemi, ripeto, secondo me, usando un minimo di buon senso. L’organizzazione all’interno della fiera mi è sembrata altrettanto perfetta. Nessuna coda ai tornelli (stiamo parlando di una manifestazione con 150 mila presenze…), pulizia generale perfetta (mezzi Amia che passavano fuori per spazzare continuamente e appositi extranegri nei cessi).

Questa è stata la mia esperienza. Da ripetere ? non so. Vinitaly è assolutamente qualcosa da vedere, anche se non si è grossi appassionati. Ci vuole, come minimo, un giorno intero per avere, quantomeno, un’idea. Se ti fermi ad assaggiare, umbriacatura a parte, vedi solo un padiglione (inutile dire che, volendo, il vino può essere anche “sputato” negli appositi contenitori. Non vuol dire che fa schifo, ma che ti sei fatto un’idea e, soprattutto, non vuoi continuare a tracannare). Tenete presente che ci sono 4.200 espositori !

Mi dispiace, per esempio, non aver visitato qualche cantina avellinese e di non aver bevuto dei vini che ho in testa da secoli, ovvero il Brunello di Montalcino e il Chianti. Pazienza, vorrà dire che Sabato 9 Aprile del prossimo anno (la 45 edizione si svolgerà dal 7 all’11/4/2011), saprò già dove andare come prima tappa !  🙂

Viva Santa Lucia (sottotitolo: viva le Arancine) !

Coincidenza vuole che, la festività odierna, ovvero Santa Lucia, sia parecchio sentita sia nella mia città natale, ossia Palermo, sia in quella in cui vivo adesso, cioè Verona. Nel capoluogo siculo, il 13 dicembre, rappresenta l’unico giorno dell’anno in cui si rivoluzionano le abitudini alimentari. In Veneto, i protagonisti assoluti sono i bambini.

Da palermo.bloggalo.it : “Si narra che Santa Lucia fu l’artefice del miracolo che salvò i siciliani da fame e carestia, il giorno in cui sbarcò al porto di Siracusa una nave carica di grano. Era il 13 dicembre. Il grano venne mangiato al naturale, semplicemente bollito e condito con olio e sale.

La tradizione vuole dunque che, per quel giorno, vengano banditi dalle tavole pane e pasta, e ci si dedichi alla preparazione della Cuccìa con tre ingredienti essenziali: grano, olio e (poco) sale. In alcuni piccoli paesi di provincia, questo ancora accade. Ma ovviamente, anche le tradizioni vanno incontro a cambiamenti: a Palermo, ad esempio, dire Santa Lucia equivale a dire Sant’Arancina. Ebbene sì, altro che carestie. Il palermitano alla sua arancina non può proprio rinunciare, e la festa è giusto un pretesto per abusare, una volta tanto, del preziosissimo “bene culinario”.
Bar stracolmi di gente, tavole stracolme di arancine; al rito in Chiesa si associa il rito della tavola: dopotutto, culto e folklore vanno sempre di pari passo.”

Le arancine rappresentano una delle mie pietanze preferite e, finchè ho vissuto a Palermo, grazie alla maestria culinaria di mia madre, ho sempre rispettato la tradizione di non mangiare pane e pasta, per dedicarmi completamente a queste prelibatezze di riso. Le mie preferite sono quelle “accarne”, mentre non amo particolarmente quelle “abburro”, e adoro tantissimo quelle con spinaci. Ovviamente le variazioni sul tema sono molteplici: specialmente per Santa Lucia, trovate arancine dai gusti più svariati, dal salmone alla salsiccia, dal cioccolato (incredibile ma vero !) al pistacchio. La cuccia, invece, non mi è mai piaciuta. I più maiali (perchè c’è sempre chi riesce a superarmi, da questo punto di vista), addirittura aspettano la mezzanotte per farsi la spaghettata da astinenza 🙂

Santa Lucia, versione Palermo, è considerata, quindi, una festa religiosa ma, come detto, soprattutto gastronomica.

A Verona, invece, come dicevo all’inizio, essa rappresenta il giorno più atteso dai bambini (in pratica ciò che, a Palermo, avviene per la commemorazione dei defunti, a Novembre). E’, anche in Veneto, una tradizione tra le più antiche e sentite.

Tre giorni prima del 13 dicembre, in piazza Bra, la piazza centrale della città, quella dell’Arena per intenderci, arrivano i “banchéti de Santa Lùssia”, secondo una tradizione che risale già al secolo scorso: nelle bancarelle ricoperte di tende, si vendono giocattoli, dolci e altri oggetti da regalo, anche per gli adulti.

Da tourism.verona.it : “Secondo la leggenda veronese, intorno al XIII sec., in città, in particolare tra i bimbi, era scoppiata una terribile ed incurabile epidemia di “male agli occhi”.
La popolazione decise allora di chiedere la grazia a S. Lucia, con un pellegrinaggio a piedi scalzi e senza mantello, fino alla chiesa di S. Agnese, dedicata anche alla martire siracusana, posta dove oggi c’è la sede del Comune: Palazzo Barbieri. Il freddo spaventava i bambini che non avevano nessuna intenzione di partecipare al pellegrinaggio.
Allora i genitori promisero loro che, se avessero ubbidito, la Santa avrebbe fatto trovare, al loro  ritorno, tanti doni. I bambini accettarono… l’epidemia si esaurì…
Da questo momento è rimasta la tradizione di portare in chiesa i bambini, per la benedizione degli occhi, il 13 dicembre e ancora oggi, la notte del 12 dicembre, i bambini aspettano l’arrivo di S. Lucia che porta loro gli attesi regali a bordo di un asinello volante.
Si lascia un piatto sul tavolo con del cibo con cui ristorare sia lei che l’asinello prima di andare a dormire. In questa sera i bambini vanno a letto presto e chiudono gli occhi, nel timore che la Santa, trovandoli ancora svegli, li accechi con la cenere.
La mattina dopo, Lucia  fa trovare loro il piatto colmo di dolci, fra cui le immancabili “pastefrolle di S. Lucia”, di varia forma (stella, cavallino, cuore…), nonché l’altrettanto immancabile “ghiaia dell’Adige”.

In terra scaligera, quindi, si mangiano tanti dolci, soprattutto le “pastafrolle di S. Lucia” e raggiungere Piazza Brà è un’impresa praticamente disperata. Lunghe code di auto e parcheggio introvabile.

Mi ha sempre divertito questo festeggiare Santa Lucia in maniera completamente diversa, da Palermo a Verona, e per questo motivo ho scritto questo articolo. Buona Santa Lucia a tutti, ovunque voi siate e comunque la festeggiate.

2010: Mamma ho perso i ponti.

Mi ero ripromesso di programmare i miei bei viaggetti futuri, quando sarei tornato da Barcellona. Ieri, quindi, mi sono preso il calendario, gentilmente speditomi da quelli di Frà Indovino (ma chi glielo ha chiesto ?), e mi sono messo a guardare tutte le festività, alla ricerca spasmodica di ponti vari et eventuali.

Non che avessi chissà quali pretese: mi basterebbe fare qualche giorno a Londra, in piena primavera, e una capatina nella mia Palermo, perchè non mi piace che passino tanti mesi dai saluti post natalizi di gennaio alle ferie estive di agosto (nella ditta dove lavoro non possiamo scegliere un periodo diverso).

Non voglio rovinarvi l’umore prima ancora che giunga il nuovo anno, ma la situazione, cari amici, non è affatto buona, infatti il calendario è finito subito nel cesso (qualcuno deve pur pagare !).

Pasqua giunge il 4 aprile, ovvero quando il grande freddo ci ha abbandonato. Il che è molto positivo e ispira zingarate. Poi è tutta una serie di lacrime.

Il 25 Aprile casca di domenica e il 1 Maggio di sabato. Altro che ponti di primavera !

Il 2 Giugno è un anonimo mercoledì, ovvero il giorno della settimana peggiore per poter aspirare al ponte. Stesso discorso per l’Immacolata (8 dicembre). Per concludere, il 1 Novembre, è lunedì, ma cosa ce ne faremo del week end lungo nel mese più brutto dell’anno ?

Essendo in ferie, mi stavo dimenticando le prime festività del 2010. Ebbene, mentre capodanno sarà un ottimo venerdì, indovinate (ammesso che non lo sappiate ancora) il giorno dell’Epifania. Ovviamente mercoledì !

Mi dispiace avervi fatto presente queste date, ma qualcuno deve fare lo sporco lavoro 🙂