DAL CANNOLO ALL'AMARONE

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Quel sabato sera con “il merda” e “Pipino” ….

Ma si, è pur sempre una pizza fuori !”, mi dissi quando, dopo mille tentennamenti, accettai l’invito ad uscire da parte di due amici che non vedevo da tempo. Molti criticano questo mio ennesimo controsenso esistenziale costituito dal fatto che, da un lato adoro stare fuori casa e in mezzo alla gente, dall’altro preferisco non uscire, piuttosto che trascorrere qualche ora in compagnia di taluni scassaminchia.

Si, perchè ci sono vari tipi di scassaminchia. C’è lo “scassaminchia sessuale“, che trova qualche accostamento di carattere, appunto sessuale, in ogni luogo e in ogni lago. Ordini una pizza margherita ? lui ti deve raccontare che la sua ex Margherita faceva, del sesso orale, il suo cavallo di battaglia. Inutile dirvi cosa accade se ordinate una pizza con würstel o col pecorino ! Ciò che invidio, ad un scassaminchia sessuale, è il suo ammirare qualsiasi tipo di donna: alta, bassa, grassa, magra, bionda, mora, con le puppe a pera, ecc. Insomma, come si dice dalle mie parti “ogni pirtusu è galleria” (per la traduzione rivolgetevi al mio ufficio di segreteria).

Ci sono altri tipi di scassaminchia. Ognuno di noi, a meno che non abbia un culo smisurato, ha uno scassaminchia al lavoro. Penso al classico “Collega Scassaminchia“, il quale vorrebbe atteggiarsi a capetto ma è il primo (spesso l’unico !) a lavorare male, sbagliando di tutto di più e stressandoti inutilmente con domande idiote e proposte organizzative che non stanno ne in cielo e ne in terra. Esiste, altresì, lo “Scassaminchia Condominiale“, il quale può fare tutto il casino che vuole, ma se tu sposti una sedia sei considerato uno che “fa casino tutto il giorno”; il “Guidatore Scassaminchia” che si affretta ad immettersi davanti a te, nella carreggiata che stai percorrendo, ma che poi mantiene una velocità di 20 km/h, ecc. ecc. Si lo so, non crediate che mi sto dimenticando i capi o i titolari, ma quelli sono “scassaminchia di default”.

Ma torniamo alla serata-pizza. Eravamo io, Daniele, detto “il merda” (così ribattezzato da quella volta in cui una pattuglia dei Carabinieri ci tagliò la strada in tangenziale, scambiandoci per delinquenti e provocando la sua defecatio immediata) e Michele, altresì conosciuto col soprannome illustre di “Pipino il breve”, non certo per un discorso legato all’altezza, ma per la sua fama in campo sessuale. Ecco, ironia della sorte, Michele è uno Scassaminchia Sessuale !

Mi toccava un compito arduo: tirarli su di morale. Erano stati mollati dalle rispettive fidanzate e avevano bisogno di sorridere. Quando ti fai la fama dell’hombre-cazzaro, la gente ti guarda e ride perchè immagina che sparerai una battuta. Magari siamo in un funerale, ma non importa.

Il problema è che, quando esci con una compagnia che ti è poco gradita, diventa difficile anche essere simpatico. Daniele mi stava sulle palle già prima di quel famoso sabato sera. Scrisse su facebook “Viva la Libertà !”, riferendosi al suo nuovo status di single. Patetico. Nessuno ti obbliga ad impegnarti sentimentalmente e, nel suo caso specifico, pure quei cazzi di cani che abbaiano sotto casa mia sanno che era pazzo della sua morosa Adriana e che gli pesò tantissimo l’essere stato scaricato. Quella gran gnoccolona di Francesca, lasciò invece Pipino, in un suo rarissimo barlume di risveglio dallo status di rincoglionita totale che la accompagna da quando ha visto i natali. Seppe, per sua stessa ammissione, che il suo futuro sposo (la data delle nozze era già stata decisa), non solo continuava a tradirla, ma faceva anche parte della categoria degli “amo la figa ma il cazzo non lo disgusto” e troncò il rapporto.

Daniele e Adriana sono molto cattolici. Lei è impegnata nel coro della Chiesa, lui è un frequentatore assiduo, nonchè abbonato nel settore poltronissime della chiesa di un paese qui vicin. Qualche volta, di domenica mattina, li incontrai in piazza: io con Gazzetta dello Sport, Il Fatto Quotidiano e “100 ricette per primi succulenti”, Daniele con “Famiglia Cristiana” e “L’osservatore romano” sotto al braccio. Continuavo a chiedermi cosa avessi fatto di male in vita mia per meritarmi amici del genere !

La serata, come avevo ampiamente previsto, fu tutt’altro che piacevole. Daniele parlava e straparlava di Adriana, che, ovviamente, era entrata a far parte della grande famiglia delle “troie”, ma la cosa che più mi infastidiva è che, non appena io o Michele iniziavamo a parlarci, lui continuava a managgiare quel cazzo di cellulare Galaxy II, peraltro seguitando a dire “parlate, parlate. Vi ascolto” (ci ascolti ? ma vai affanculo !).

Michele, quantomeno, mostrava la voglia di voltare pagina, ovviamente e puntualmente buttandola sul sessuale: questa cameriera me la farei così, quel cameriere me lo farei colì. Il bello di essere “polivalente”….

Quando la serata stava quasi volgendo al termine, uno dei due, non ricordo chi esattamente, mi chiese come mi andava la vitaccia ma, ovviamente, non appena iniziai a rispondere, fui interrotto da Daniele che sbottò, fra l’altro ad alta voce: “mi scappa da cagher !”. E’ veramente incredibile, dico spesso, come tutti ti debbano o vogliano raccontare come stanno, ma nessuno si chiede e ti chiede come stai; analogamente, c’è gente che sa solo parlare, parlare e parlare ma è assolutamente incapace di ascoltare. Dopo esserti sorbito due ore 2 di loro minchiate, ti sparano la frase classica tipo “e tu ? cosa mi racconti ?”, “cosa hai fatto di bello questa estate ?” (cazzo, siamo al 3 giugno !).

Mi chiesero consigli sul come uscire da questo loro status pseudo depressivo. Gli dissi che la soluzione era dentro di loro, ma era quella sbagliata (cit. Quelo). Scherzi a parte, gli dissi che, a mio modesto avviso, la soluzione era quella classica, ovvero lasciare che il tempo facesse da cicatrizzante delle loro ferite. Non chiedetemi come minchia mi sia uscita questa frase, perchè non lo so nemmeno io ! Daniele si era appena iscritto a Facebook, per cercare una nuova fidanzata, ma fui molto chiaro sulla superficialità, falsità e pochezza del mondo internettiano. Al di là di ciò, contrariamente a qualche anno fa, sono convinto che non esiste verso per “aiutare il destino”. Dubbio non v’è che è sbagliatissimo chiudere sempre la porta (chissà se i miei amati veronesi un giorno lo capiranno), ma è altrettanto errato inseguire e “forzare” in maniera ossessiva. Mi pare di aver letto in qualche parte (Topolino ?) che quella data cosa la trovi non appena smetti di cercarla. I latini dicevano hint et nunc, che vuol dire vivere l’istante, invece di perdersi nei traumi del passato o nelle paure del futuro.

Non so se e quando rivedrò “il merda” e “Pipino”; non ci tengo particolarmente. Mi auguro solo che riprenderanno in fretta. Comunque, da quella serata, ho imparato che uscire con persone appena “mollate” è peggio ancora di andare a cena con coloro che sono a dieta ! Ecco, i seguaci delle diete sono stati scavalcati nella mia personale graduatoria dei compagni di merenda da evitare. Ricapitolando, per concludere: al primo posto ci sono i “neo single”, al secondo le persone in dieta (si, proprio quelli che ti dicono “certo che ti piace la pasta !”, dimenticando che, sino a un mese prima, se ne fottevano più di te !), al terzo i “Lamentosi professionisti” (coloro a cui non va MAI bene il posto dove si va a cenare, che cercano la pizza in un ristorante cinese o gli spaghetti di soia in una pizzeria), al quarto i parenti che non vedi da una vita (“maaaa… hai messo su panza !”, “come mai sei ancora single ?”, “come mai sei così chiaro ? esiste il sole a Verona ?”, “Ancora per l’Avellino tifi ?”, ecc.), al quinto i colleghi di lavoro (“o ragazzi, stasera non si parla di lavoro. A proposito, avete visto oggi che ha detto quello stronzo del capo ?” e da lì tutta una serata monotematica…).

Vi saluto e scusatemi sempre per gli errori ! 🙂

19 Novembre 2001.

Ci sono “date speciali” che non dimentichiamo. Sono anniversari più importanti dei compleanni perchè, in quella data speciale, è cambiata la tua vita, in senso positivo o negativo. Il 19 Novembre 2001 è, per me, una data speciale, forse la più importante tra quelle che tengo custodite nella mia mente e nel mio cuore.

Tranquilli, non è mia intenzione scrivere un articolo smieloso e strappalacrime (vi ho già detto che quando taglio le cipolle sono loro a piangere ?) sulla mia partenza da Palermo direzione Verona, ma dopo anni di vita di questo blog, mi sembra assurdo non citare questa data e i ricordi che ho legati a quel viaggio che cambiò la mia vita. A maggior ragione, tenendo presente che, giusto domani, è il 19 novembre. Sono passati undici anni esatti.

Come scrissi nel mio pseudo-libro, la partenza da Palermo era addirittura sognata per diversi anni. Aver effettuato il servizio di leva lontano da casa, mi consentì di conoscere luoghi e persone che, seppur involontariamente, mi facevano intuire che il “paradiso” era altrove, che per stare bene con se stessi e con gli altri, bastava trovare un luogo oggettivamente migliore rispetto a quello che ti aveva dato i natali. Insomma, la città di nascita è come certi parenti che, tuo malgrado, ti ritrovi, mentre il luoghi dove decidi di andare sono come gli amici: te li scegli.

A quel 19 Novembre 2001, arrivai dopo anni di delusioni e di rabbia. Odiavo il lavoro che facevo e continuavo a scrivere sms (i telefonini erano all’inizio del loro boom) al mio amico Andrea di Bologna o a Stefania di Torino. Avevo “fame” di nord, mi immaginavo le città pulite e tranquille, con le anziane che vanno in giro in bici e l’edicolante che scambia due chiacchiere sulle sorti della Juve. Avevo dinnanzi agli occhi l’idea di “civiltà” e quindi di profonda differenza rispetto al contesto dove vivevo.

I miei amici “continentali” non facevano altro che ripetermi che dovevo essere fisicamente qui per poter iniziare a costruire qualcosa di serio. Non potevo continuare a mandare curriculum, non potevo sperare che mi trovassero il lavoro per poi decidere di salire e trovare “a tavula cunsata”, come si dice a Stoccolma.

Questo “pallino” ha condizionato i miei ultimi anni di vita palermitana. Vivevo qualsiasi evento senza un minimo di entusiasmo, ogni cosa mi appariva negativa, non credevo minimamente che le cose potessero cambiare in meglio e certi episodi, dal più banale, come quello dell’auto che mi butta giù la Vespa proprio il giorno della partenza, al più importante ma normalissimo, come il matrimonio dei miei migliori amici, o magari una storia andata male (“puttanazza ri chidda puttanazza”, cit. Albanese), non erano altro che ripetuti segnali atti ad indicarmi che quel posto non era il MIO posto. Ad un certo punto avrei potuto anche avere femmine e champagne, ma, a causa soprattutto (direi unicamente) del lavoro stressante e ricco di responsabilità, io volevo solo andare via. Non diedi troppo peso al quanto questa mia scelta avrebbe pesato sulla mia famiglia e sui miei pochi amici, anche perchè avevo bisogno di pensare a me stesso, e questa era la prima volta che accadeva davvero. Era la prima volta che sceglievo io, che diventavo protagonista del film della mia vita.

Il 19 Novembre 2001, alle 21.30, imbarcai la mia Punto (ancora ad oggi mia fedele compagna) nella nave Tirrenia, diretta a Genova, e partì per il nord. Mi attendeva un viaggio di circa 20 ore. L’indomani sera approdai in terra ligure e mi diressi a Bussolengo (VR), che avrei raggiunto dopo tre ore circa di auto. Ad un certo punto, mi pare in zona Piacenza, incontrai la mia prima nebbia, ma avevo fatto montare i fari antinebbia e mi regolavo in base alla striscia bianca che separa la corsia normale da quella di emergenza, ma soprattutto avevo il compagno ideale per una partenza del genere: l’entusiasmo.

Avevo un muro di nebbia dinnanzi a me, ma ero contento come un bambino al parco giochi. Non sapevo cosa mi aspettava, se avessi trovavo lavoro, come mi sarei trovato, quanto mi avrebbe pesato la distanza da mio fratello e dal mio più grande amico, non credevo nemmeno che l’avvenimento avvenuto appena due mesi prima, negli Stati Uniti, avrebbe cambiato il mondo, ma non mi importava: dovevo raggiungere Bussolengo (certo che, detto così, sembra lo spot dell’amaro…). Dopo aver superato il casello di Desenzano, mi ritrovo uno spettacolo davanti agli occhi: autostrada a tre corsie e niente nebbia. Da un momento all’altro era svanita e mi sembrava di essere dentro ad un videogioco tipo Test Drive !

Arrivai a Bussolengo dai miei parenti verso le 22 del 20 Novembre 2001. Ovviamente ero a pezzi e probabilmente ancora non mi capacitavo di cosa stessi facendo. Avevo in mente solo di trovare lavoro al più presto e di trovare un internet point che mi consentisse di mandare curriculum e di tenermi in contatto con gli amici della chat. Si, perchè, prima di partire, feci la furbata di farmi conoscere, tramite il programma mirc, sul canale #verona e #lamervr. Fu ai tempi che esplose definitivamente “Mobys”. La cosa fu molto positiva, sia per l’impatto, che per questi lunghi undici anni (ancora oggi i miei migliori amici veronesi sono quelli che ho conosciuto ai tempi della chat). Ricordo che, a meno di tre giorni dal mio arrivo, si organizzò un’uscita e conobbi un sacco di persone alla “Grande Mela”, un centro commerciale situato vicino Bussolengo. In questi anni di blog, ho spesso parlato di Mirc e della chat e, ancor oggi, alla vigilia del mio undicesimo compleanno da veronese d’adozione, ripeto per l’ennesima volta che è paradossale che, con quel sistema, nascevano amicizie e amori, mentre tramite Facebook, che sbandiera ai quattro venti il suo miliardo di iscritti, non si riesce a conoscere nemmeno una sinistroide che la da via per un piatto di pasta e ceci.

Potrei parlare di ciò che è accaduto in questi anni, ma preferisco non farlo. Questo articolo lo volevo dedicare alla mia data speciale per eccellenza, non alla mia esperienza in terra veneta.

Ogni anno, in queste ore di “vigilia del compleanno”, mi torna in mente quella serata, il viaggio in una cabina della nave meravigliosa, ma anche tutta una serie di robe: la preparazione, l’aver acquistato il biglietto alla Tirrenia e le pillole per l’eventuale mal di mare, il comunicare al mio titolare le mie dimissioni, l’offesa del gruppo-chat di Palermo perchè non feci alcuna cena d’addio, le tante parole che mi dicevano in motorizzazione (alcune sacrosante…), il saluto alla mia famiglia, che era la parte più brutta e difficile, il vedere, durante l’ultima uscita del sabato sera con i miei amici, la nave con la quale sarei partito dopo quattro giorni, il saluto di tanta gente che assecondava questa mia scelta e mi augurava buona fortuna.

Non mi sono mai pentito di essere partito. Sono sicuro che, in quel momento della mia vita, questa scelta andava fatta. Sono altresì sicuro che questa esperienza mi abbia maturato tantissimo. Oggi, 19 Novembre 2012 (quasi), mi danno fastidio e mi procurano grande tristezza e rammarico solo tre cose (hai detto niente !): 1) l’aver sputato nel piatto dove mangiavo (certe uscite con certe ragazze non si sono mai più ripetute), puntando tutto sulla partenza e sul “tanto troverò anche lì persone che mi vogliono bene” (cosa che non avverrà MAI). Prima di rifiutarsi di mangiare bisogna sempre capire se la cena è proprio tutta da buttare; 2) il non essere andato a Roma, che è stata sempre la città dei miei sogni, e il non esserci andato solo per ragioni di comodità (mia zia mi ha ospitato per un mese, poi andai a vivere insieme ad una veciotta per ben quattro anni). In pratica, per un cazzo di mese, non coronai il mio VERO e grande sogno, cioè quello di andare a vivere nella capitale; 3) un pochino deluso, in generale, lo sono. Dico spesso che me l’aspettavo diversa, mi immaginavo alle prese con moglie e marmocchi, perfettamente integrato con la gente del luogo e non pensavo minimamente che certe piccole cose, in teoria insignificanti e normalissime in quel di Palermo, come prendersi un caffè al bar, vedersi insieme una partita, andare a cazzeggiare nei centri commerciali, fare scampagnate per pasquetta all’insegna di carne al fuoco e super santos, scambiare due chiacchiere, ecc., mi sarebbero mancati e avessero rappresentato solo lontani ricordi di una vita che fu. Inoltre, a livello lavorativo, non mi sarei mai immaginato che, nel contesto del ricco nord-est, traino (ahinoi unico o quasi) dell’Italia, mi sarei imbattuto in una pochezza imprenditoriale disarmante, ovviamente non per quanto concerne lo spirito, il coraggio e l’iniziativa, ma riguardo la totale assenza di “ocio” e di cura delle Risorse che, troppo spesso, ci si dimentica che sono Umane (crisi o non crisi). Si sforzano in tutti i luoghi e in tutti i laghi di  apparire “diversi”: molto padani, parecchio cattolici e sicuramente migliori, rispetto alla maledetta Italia che rappresenta solo una palla al piede, ma, nella realtà, rappresentano perfettamente lo spirito nazionale di questi tempi, ovvero, come detto in altro post, i leccaculo sono premiati e i fessi, che faticano e si stressano, se la pigliano in quel posto.

Insomma, pur ammettendo di avere tanti difetti e quindi di averci messo del mio, devo dire che speravo in qualcosa di meglio. Speravo di trovare un po’ di pace, di giustizia e di serenità, soprattutto, ripeto, a livello lavorativo. In definitiva, per la serie “chi vuol capire, capirà”,  posso dire che, dopo aver giocato per trent’anni in una squadra che lottava per non retrocedere, sono passato ad un team che ambisce alla conquista della Champions League ma, a mio modesto avviso, è meglio essere titolare e giocatore-bandiera al Siena, piuttosto che andare al Barcellona per starsene perennemente in tribuna.

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