La suprema arte del “farsela piacere”.

Ironia della sorte, qualche giorno fa, colpito dal titolo, mi sono ritrovato a leggere una lettera spedita al Giornale di Sicilia: “Noi giovani costretti a lasciare Palermo”. Parlo di ironia perché è davvero incredibile come il destino, spesso e volentieri, ci tiri brutti scherzi. Visito raramente il sito del più importante quotidiano della mia ex regione, figurarsi se vado a soffermarmi sulle lettere al direttore, ovvero sulle problematiche relative al traffico, ai marciapiedi, ecc.

Le parole di tal Simona Di Giovanni mi hanno fatto, sia riflettere, che dato la spinta definitiva per scrivere un post a cui penso da diversi mesi se non, addirittura, anni. Tutto ciò accade proprio quando ho raggiunto il punto massimo della mia insofferenza e quando oramai non passa giorno in cui non pensi di abbandonare la provincia di Verona.

Questo è un stralcio della lettera: […] Da due anni Fabrizio lavora a Torino e da quando ha anche lui conseguito la laurea in ingegneria, tengo a precisare con la lode, ha da subito trovato lavoro lontano dalla sua terra. Cosa non si fa per amore?  Ad agosto ci sposeremo e da settembre la mia vita cambierà, andrò ad abitare in una città che non amo particolarmente e sarò, quindi, lontana dalla mia famiglia e dalla mia terra, purtroppo, “arida”. Sono infuriata, sono delusa, triste ed amareggiata. Giorno dopo giorno superi gli ostacoli, percorri le tue salite, a volte prendi batoste allucinanti e alla fine con cosa ti ritrovi? Fossero un pugno di mosche sarebbe già qualcosa.
Io amo Palermo con i suoi pro e con i miliardi di contro che può avere queste città, ma per causa di gente che per anni l’ha svuotata, violentata, derubata e denigrata, io, Simona, figlia, sorella, studentessa, fidanzata, sono costretta ad abbandonare gli odori caratteristici della mia città, l’odore del mare, l’odore dello “stigghiolaro”, l’odore del pane appena sfornato, il sorriso dei miei nipoti, l’abbraccio che solo una madre può incondizionatamente dare alla propria figlia, le serate in “champagneria”. Non è come spogliarsi e indossare un abito nuovo, è semplicemente denudarsi e rimanere inermi innanzi ad una nuova realtà che, ripeto, non hai deciso tu.  […] Mi arrabatto in questa vita come la maggioranza dei palermitani, vorrei arrabattarmi però con la felicità nel cuore”.

La conclusione è spettacolare e, secondo me, di una verità disarmante.

Poiché, ripeto, considero questo post il più sentito dal sottoscritto, ci terrei ad essere più chiaro possibile (anche se, come sapete, non sono certo uno di quei bloggher che sanno scrivere bene). Ci sono delle cose che tengo a specificare, prima di perdermi, come sempre, nella mia performance pseudo filosofica.

Alla fine del 2001, decisi di lasciare Palermo e venire a vivere a Verona, pur avendo un contratto a tempo indeterminato e, addirittura (merce rara da quelle parti) una regolare busta paga. Ero uno stimato Impiegato e sono approdato in Veneto, alla ricerca di un lavoro come Operaio (lavoro che svolgo tutt’oggi). A differenza, quindi, di tantissimi miei concittadini (vedi Simona), la mia fu una scelta dovuta alla voglia di cambiare aria e non derivante dallo status di disoccupato. Una scelta di cui non mi sono mai pentito, nemmeno adesso che, come ho già detto, tornerei a Palermo anche a piedi.

In secondo luogo, ci tengo subito a sgombrare il campo da qualsivoglia polemica nei confronti dei veronesi. Lo so che, molti miei amici, leggendo le prime righe di questo post, avranno pensato “ecco adesso il Mobys getterà quintali di merda nei confronti di noi veronesi”. Niente di più sbagliato. Io non nutro alcun sentimento di odio nei confronti dei miei “nuovi” concittadini, non ci tengo a giudicarli, anche perché c’è un dato di fatto indiscutibile (e che loro, spesso, tengono a precisare): essi sono a casa loro, sono io quello che “vien da fora”.

Questo è il post che mi sta più a cuore, l’ho detto e lo ripeto. Non voglio parlare della mia esperienza, semmai lo farò quando questa lunga parentesi veronese sarà chiusa (spero quanto prima). Quello che mi frulla nel cervello, è lanciare un messaggio a tutti coloro che pensano di lasciare la propria città, anzi, proprio alle tante Simona, che pensano di partire per il nord.

Spero che non mi taccerete di presunzione, ma, dopo appena una decina di anni di esilio, credo che non esisti argomento in cui io sia così “preparato”.

“Perché, per sopravvivere, devo trasferirmi in un’altra città e farmela piacere per forza?”, dice Simona. Ecco, io voglio partire da questo punto e siccome voglio rivolgermi al potenziale lettore (ci sarà ? saranno almeno due ?) parlandogli col cuore in mano, faccio finta di rivolgermi proprio a Simona.

Cara Simona, in questi lunghi anni ho pensato a come sarebbe stata la mia vita se qualcuno, nel 2001, mi avesse raccontato la sua decennale esperienza in un’altra terra. Probabilmente sarei partito ugualmente, visto che la mia voglia di emigrare era tanta e il lavoro che facevo non mi piaceva per niente.

Purtroppo la gente è brava a sparare esclusivamente luoghi comuni ed io mi sono sentito dire che i veronesi sono razzisti, che a verona c’è la nebbia, che avrei avuto difficoltà, in quanto terrone, a trovare casa, ecc. ecc. Qualcosa corrisponde al vero, molte altre no. E’ un po’ come quando si dice che i siciliani siamo tutti mafiosi.

La prima cosa che mi viene in mente è la soggettività. Questa è una caratteristica troppo spesso accantonata. Voglio dire che, quando fai una scelta radicale, non può esistere un’altra esperienza che va sicuramente bene per te. A parità di scelte e di percorsi, ci sono persone che possono vederla in maniera diametralmente opposta. Io sto cercando di vendere casa e andare fuori dalle palle; qualche altro, vivendo a casa mia e svolgendo il mio stesso lavoro, potrebbe essere la persona più felice del mondo. Ciò che per noi è nero, per altri può essere bianco; e viceversa (è una cosa di uno scontato unico, ma ci tengo a sottolinearla).

Ciò che dico io, quindi, è derivante dalla mia esperienza ed è ben distante dall’essere, ovviamente, una verità assoluta. Scrivi “non voglio andare a vivere in un’altra città e farmela piacere per forza“. Ecco, mi dispiace, ma non esiste questa ipotesi, specie se lasci Palermo con grande dispiacere (come praticamente quasi tutti). Non esiste una seconda “patria” che puoi riuscire a farti piacere. Chi nasce palermitano, muore palermitano (ciò vale, ovviamente, per chiunque). Puoi “adattarti” e vivere una vita di Serie B, sperando di vivere in un contesto che, quantomeno, non ti crei problemi.

Spesso immagino una mia visita all’Alessandro Volta, l’ultima scuola che ho frequentato. Cosa direi agli studenti che magari sono al quinto anno, pensano al loro futuro lavorativo, pensano di emulare il cugino o il fratello che è partito per Brescia, guadagna bene e “u misiru in regola subbito” ?

A parte il discorso della soggettività, non possiamo discutere su un altro punto focale: la mancanza di lavoro. Senza lavoro, non si va da nessuna parte. Palermo può essere la città più stupenda del mondo, possiamo essere legatissimi alla Champagneria o alla Santuzza, ma non puoi campare tutta la vita sulle spalle dei genitori. Con questo sottolineo un altro mio punto fermo: non sto parlando di rimanere a Palermo per forza, perchè poi ti mancherà la famiglia (è ovvio !), quei colori e quei profumi. Non sconsiglio l’ipotesi della partenza, ma è dura, cari ragazzi e care Simona. E’ più dura di quanto si possa immaginare.

Molti, erroneamente, pensano che il problema sia all’inizio. La “botta iniziale”. Sbagliato. I miei primi anni di vita veronese sono stati, forse, i più belli della mia intera vita. Hai entusiasmo, voglia di vedere nuovi posti e poi sei eccitato dalla sfida (ovviamente soprattutto con te stesso). Cerchi lavoro, entri negli uffici di collocamento deserti dove ti dicono “prego, si accomodi”, non c’è la munnizza che esce fuori dai cassonetti, non c’è paragone in quanto rispetto al codice della strada, trovi una bella casettina vista nebbia, ecc. Va tutto bene.

Poi trovi lavoro e tocchi il cielo con un dito. “Sai, nel giro di due settimane ho trovato lavoro in una fabbrica di zoccole, diventerò una zoccolara. Ma dove sono queste fabbriche da noi ?”. Molti iniziano a parlare alla Di Michele (non spiego in questa sede questa citazione. Qualcuno capirà), ovvero “ca lingua i piezza”, come se fosse milanese da chissà quanti secoli. Cazzo, sono passate due settimane e già parli noddico ? Bellissimo. Trovi colleghi simpatici, esci, ti diverti, guadagni, scendi in ferie a Mondello e ti passa il tempo a descrivere le meraviglie del Continente. “Perché lì le cose funzionano”…

I cazzi vengono dopo, molto dopo. Mi ha fatto alquanto sorridere una lettera al GdS, in risposta a quella di Simona Di Giovanni. Un palermitano vive a Catania da un anno e scrive “anche se torno a Palermo nel week end, ti capisco perché ho nostalgia. Adesso andrò a lavorare a Torino, ma penso che uno si adatta”.

Ecco, avere nostalgia di Palermo, vivendo a Catania, è un po’ come dire di voler fare la dieta fottendosi tre Kebab al giorno. Non voglio fare il professore e sfottere il suddetto tizio, ma tornare al punto centrale di questo mio post: il posto dove andare. Un posto nel mondo. Il doversi “adattare”.

Premesso, dunque, che il lavoro è alla base della vita di ognuno di noi e che, secondo me, arrabattarsi nella propria città è centomila volte meglio che fare finta di vivere una vita normale a mille chilometri di distanza, io consiglierei vivamente di scegliersi attentamente la città dove andare.

Sembra una cosa stupida e banale ma credetemi, non è così. Io ho sbagliato e oggi pago le conseguenze. Ho sempre amato Roma, mi sono sempre sentito a casa tutte le volte che ho visitato la Capitale, ma ho scelto Verona perchè avevo dei parenti qui. Parenti che, qualche anno fa, sono andati via, lasciandomi inesorabilmente solo.

Siccome mi ritrovo già a 1700 battute (me ne impongo sempre 1000 a post), cerchiamo di individuare dei punti ben chiari (anche se, come avrete capito, su questo argomento potrei scrivere un altro libro).

Della miriade di frasi e di luoghi comuni che mi furono detti nel 2001, ricordo solo UNA frase che, ad oggi, considero perfetta ed esattissima. La pronunciò un’amica di mio fratello, la quale disse, con accento della bassa provenza:  “un c’è sulu u travagghiu”. Sono cose a cui non pensi ma che, invece, sono fondamentali per la tua vita. Che poi c’è il vecchio discorso di sentirsi soli anche in Piazza di Spagna a Roma, ma questa è depressione, e non c’entra nulla col mio post odierno.

In una città che non sentirete vostra (vedi me), non starete mai bene. Col tempo il vostro carattere cambierà, diventerete tristi, litigiosi e paranoici, a meno che non troviate dei punti di riferimento. Se non vi aggrappate a qualcosa, sarete nella merda. Non contate sugli eventuali amici del luogo, non perché sono stronzi o razzisti, ma sono semplicemente diversi. Noi meridionali siamo solari, siamo abituati a vivere in una certa maniera, a prendere le cose col sorriso, a sdrammatizzare. Loro no. Il tipo di alimentazione è nettamente diverso (per dirne una, qua il pane lo trovi solo la mattina. A Palermo se non c’è u pani cavuru alle sette di sera avviene l’assalto al forno). Se litighiamo tra amici, per farci ricucire il rapporto, intervengono il Sindaco, l’arcivescovo, l’arrotino e u Zù Cazzu chi Pisieddi. Qui tutto finisce alla velocità della luce e per motivi assolutamente ridicoli (“mi hai cancellato da Facebook !”).

I punti di riferimento sono fondamentali e possono essere rappresentati dalle persone (parenti/amici che sono saliti qualche anno prima) o dalle cose/hobby. Vi ripeto, vi sembrerà stupido, ma se sono juventino e vado a lavorare a Torino, è uno stimolo fondamentale aggrapparsi alla squadra bianconera, magari facendo l’abbonamento e andando allo stadio. Frequentavate  (poveri voi) il gruppo ecclesiale del “Sacro Cuore della Corona Disunita” ? cercate il medesimo gruppo o un gruppo analogo nella città in cui andrete a vivere.

Escludete i paesi “anonimi” in provincia (altra cazzata che ho fatto io): il paesino della minchia in Valpolicella non è paragonabile non dico a Palermo, ma manco ad Altavilla Milicia o a quelli che si affacciano al Lago di Garda. Molti (per loro fortuna) riescono a trovare questo “stimolo” nella nuova città, ma è già difficile inserirsi, pensate a fare anche qualcosa a cui non siete abituati (a me hanno consigliato un corso di cucina. Bah !).

Ricordatevi il discorso “soggettività”: è la chiave di tutto il post. Ci possono essere persone stanche del casino di via Roma e che sono felici di andare a vivere a Cazzano di Tramigna. L’unica cosa che vi chiedo umilmente di tenere ben presente è il progetto a lunga durata. Anche io, all’inizio, ero contento di vivere in un posto pieno di pace. Ora il silenzio mi rende ancora più abbattuto. E’ assordante.

Cercate di scommettere il meno possibile su un posto che magari, “a naso”, vi ispira poco.  All’inizio si prende il primo lavoro che capita, ma non smettete mai di cercare, non sedetevi, non tirate i remi in barca, cercate di seminare quanto più possibile, non chiudete la porta a nessuna possibile amicizia.

Ascoltare i consigli è sempre cosa buona e giusta (del resto, mica lo sto scrivendo per me questo post !), ma, ad un certo punto, assumetevi la responsabilità delle vostre scelte. Io, oggi, felice o infelice che sia, non posso dire che sono stato indotto all’errore (o al successo) da qualcuno. Io ho fatto questa scelta ed io la pago.

La mia amica Stefania, che era a Torino da qualche anno, mi disse (lei, furba ed intelligente, aveva già capito…) che potevo/dovevo raggiungerla, perché avrebbe rappresentato un punto di riferimento, ma io ho creduto che tanto, a Verona, ne avrei costruiti di miei. Idem con un mio fraterno amico Andrea di Bologna. Tutte le volte che sono solo, penso a quanto sarebbe bello andare a trovare Stefania o Andrea. Si perché poi la gente vi dice “ma è possibile che non hai amici ?”.

Io, per esempio, conosco (e ho conosciuto) delle persone favolose, però perché cito Stefania e Andrea o perchè mi mancano troppo mio fratello Giuseppe o mio compare Francesco ? perché la vita non è una questione di numeri, mica stiamo parlando del 442 di DelNeri ! Posso averne venti di amici, ma non trovarmi mai in perfetta sintonia come con quei due che ho lasciato a Palermo. Questa è solitudine: non avere nessuno con cui condividere qualcosa che ti piace, sia esso un concerto dei Depeche Mode, sia una grigliata mista alla Cascina di Bussolengo. Solitudine è uscire a cena dopo otto mesi e litigare perché ci sono troppi rumeni in Italia o conoscere quella che chiamo “Solidarietà tra negri”, ovvero andare in un posto e trovare una commessa napoletana che, una volta constatato che tu sei negro come lei, ti spiega e ti da consigli su quel prodotto, illustrandone pregi e difetti (mentre le sue colleghe del luogo, spesso, non mi capiscono, anche se parlo in italiano !).

Cari paesani, partire è sempre un po’ morire. Quando tornerete a Palermo, la città che magari avete tanto odiato, vi sembrerà stupenda. La munnizza vi sembrerà un prato fiorito, una volta che la metterete a confronto con il grigiore di Torino, di Mantova, ecc. Entrare in un qualsiasi bar, senza sentirsi stranieri, è una sensazione, incredibile ma vero, che vi mancherà. Così come vi mancherà essere trattati come Vincenzo, come Maurizio, come Simona, come Maria e non come “quel terun di…”. Non pensiate MAI che l’erba del vicino è sempre più verde, perché è come entrare in una casa che appare pulitissima ma che, in realtà, nasconde tanta munnizza sotto i tappeti.

A me dicono spesso che sono uno dei pochi terroni con una spiccata mentalità polentona. Pensano di farmi un complimento. In effetti la mia testa si è integrata alla perfezione, il mio cuore assolutamente no. Sopravvivo arrancando. Non so quanto durerà.

Abbiate il coraggio di partire, la vita è una, godetevela al massimo. Male non fare, paura non avere. Ma se decisione radicale deve esserci, fatela ponderando bene, senza pensare alla comodità di quando arriverete alla nuova destinazione. Io, da almeno cinque anni, pago lo scotto della comodità derivata dai miei zii che mi hanno ospitato quando sono salito.

Non è assolutamente detto che a Roma, Bologna o Torino sarei stato meglio, ma, vedete, mi è rimasto il dubbio ! Cosa vi dicevo pocanzi, quando parlavo di assumersi la responsabilità al 100% ?

Una cosa per concludere: sappiate che vi sentirete stranieri soprattutto nei posti in cui la mentalità è ancora abbastanza indietro, direi bigotta. Più il posto è “chiuso”, peggio è per voi. Assodato che sarete pur sempre dei palermitani emigranti alla ricerca di arancine e di cannoli, andate in luoghi dove sarete circondati da una miriade di colori (mi riferisco alle persone): Roma, Milano, forse Firenze (da Matteuzzo Renzi), Londra, Barcellona, per citarne qualcuna.

Una volta un mio collega mi disse: “A Londra ti sentiresti come un granello di sabbia nel deserto”. Io risposi: meglio un granello di sabbia, che un negro a cui non è consentito lamentarsi “perché già è tanto che gli diamo uno stipendio e quindi da mangiare”. Scusatemi, ma sono un coglione che, qui,  è doppiamente straniero: palermitano ed italiano.

 

6 thoughts on “La suprema arte del “farsela piacere”.

  1. Andrea 26 febbraio 2011 / 11:29

    ciao carissimo Amico con la A maiuscola,mi ha fatto emozionare qullo che hai scritto,secondo me il coraggio serve a fare qualsiasi cosa ma è altrettanto vero che serve anche fortuna!
    mi raccomando non mollare mai!!!
    sai che a Bologna hai e avrai sempre un riferimento.

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  2. Marialuisa 16 febbraio 2011 / 18:59

    Simpatione 🙂

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  3. vincenzomobys 15 febbraio 2011 / 17:35

    Grazie MaryLouis, per il tuo intervento e per il PS 🙂 Se fossimo su Facebook, “quel Mobys” avrebbe prontamente scritto “tuo marito è un tipo veramente in gamba. Come mai ha sposato te ?” :-), ma in questo post c’è poco spazio per le battute 🙂 Grazie ancora !

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  4. Marialuisa 14 febbraio 2011 / 11:14

    Caro Vincenzo,
    Questo post mi ha toccata, non ricordo se ti dissi che anche io ho vissuto per 18 mesi in un paesino di periferia a 40 km da Reggio Emilia; leggendo mi sono tornate in mente tante cose, tanti ricordi, sensazioni, stati d’animo.
    Anche io, quando venivo in vacanza dicevo a tutti “li le cose funzionano”, anche io all’inizio ero piena di entusiasmo e voglia di fare… e come il tuo fratellone, quando siamo rientrati la vissi come una sconfitta! Si, “rientrati” perchè io partii dopo le nozze, allora il mio ragazzo, andò a stare dal fratello un anno e mezzo prima, doveva trovar lavoro per poi poterci sposare; Cosa che abbiamo fatto!
    Comunque andiamo al sodo, Giuseppe che mi conosce un pò meglio sa che mi dilungo, sono una chiaccherona 🙂 Volevo dirti che sono rientrata ormai da 8 anni, e che ancora arranco con il lavoro, sono però contenta di essere tornata, Palermo è Palermo, come per qualunque persona, la propria città.
    Ma se non ci sei nato, come hai ben detto tu, non puoi finire con l’amare anche la monnezza, il traffico, il vecchietto alla fermata che un si fa i cazzi sua ecc ecc….
    La cosa che credo però possa aiutare quelli come te ( ma lo sai già) devi riuscire a trovare qualcuno, con cui condividere la tua vita! Sicuramente noi eravamo avvantaggiati, siamo partiti insieme e innamorati, e con un sogno, stare insieme per sempre, ma mio marito, partì con un solo pensiero: (parto, trovo lavoro, mi sposo, ma poi…devo fare il possibile per rientrare, da qui devo cercare di costruire qualcosa che mi permetta di rientrare).
    Noi tra l’altro non eravamo da soli, con noi c’era suo fratello con la sua allora ragazza, oggi moglie.
    Lui era li da anni prima, inseritissimo, lei del luogo, avevamo un intera famiglia, il sabato sera sempre insieme, la domenica a pranzo dai suoceri di lui, i compleanni, le feste, e tutti i parenti di mia cognata ci avevano accolti come di famiglia. Per me e mio marito, loro sono come x te Giuseppe e Stefania.
    Eppure mio marito, aveva un solo pensiero! PALERMO!

    Mi è difficile concludere, a parer mio l’importante è stare bene, e noi per stare meglio, abbiamo preferito, ad un lavoro migliore, a persone più civili, e forse ad altro… la nostra cara amata e tanto sparlata PALERMO.
    scusa se ho straparlato, ho letto il tuo post, e mi sono sentita di condividere con te una mia esperienza! 🙂
    un abbraccio
    PS: mi piace come scrivi! 🙂

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  5. vincenzomobys 13 febbraio 2011 / 10:17

    L’amica che, ripeto, nel marasma delle frasi che mi bombardarono il cervello (mi riferisco soprattutto alla Motorizzazione), disse la frase più (tristemente) giusta è Simona V. Una persona, insieme al marito Sandro, per la quale ho sempre avuto grande stima e simpatia, anche se ci saremo visti pochissimo e anche se erano/sono amici tuoi.
    Sapevo che aveva ragione, ma dissi “che sarà mai ?”. Così come sottovalutai l’impiegato dell’Aci che mi disse “Mio zio è lì da dieci anni. Appena i colleghi prof hanno saputo che è meridionale, si sono allontanati perché per loro resti comunque un terun”.
    Ma comunque, saluti dal fratello che sicuramente oggi, se invitato, avrebbe detto: “eh ma sai io avrei da fare” (che ???) 😀

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  6. Ziomartin 13 febbraio 2011 / 09:52

    Ciao CapoMobys, ho letto questo tuo post, la domenica mattina, oggi, prima di andare a fare una “gita fuori porta” con l’amico Lillo, che cito grazie al fatto che tu lo conosci.

    Il tuo post mi vede d’accordo, e se tu tornassi domani sarei l’uomo più felice del mondo perchè tornerei ad avere un fratello, magari rompi”organizzazioni” 🙂 ma un fratello. Quindi continua la tua battaglia per non perdere ciò che hai conquistato, e con strategia cerca di piazzare le tue pedine.

    Potrei scriverti della mia esperienza, pur breve.. ma la mia è solo un “ciao” di risposta al tuo post.

    Ti chiedo solo…… ma chi era sta amica mia che parlava cosi “dialettale” sforzo e mi sforzo ma non ricordo la sua figura 🙂

    E poi…. frase storica per frase storica, nella mia breve esperienza la disse la moglie di “a mio fratè”… quando stavo per andare in stazione (arghhhhh…) mi disse “Non sei contento che stai tornando a CASA tua ??” La guardai esterefatto, del tipo, ma non lo capisce che ho fallito… in realtà oggi posso dire che mille e mille volte meglio del futuro che mi si prospettava in quel di Mantova.

    Soluzioni: Non ce ne sono definitive, molti diranno che si sono radicati con prole al nord…tanti…troppi… ma noi che siamo rimasti qui “in trincea” abbiamo un leggero fastidio quando vengono a fare i “DiMichele” nella nostra amata / odiata città.

    Ciao ……e ….. .ti aspettiamo!! :-)))

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