Gli odori della domenica.

E’ domenica e, nel mio paese, c’è il mercato. Anche se non acquisto mai niente, ci vado spesso, non fosse altro perché, questa del mercato, per me rappresenta una rara parentesi di “vivacità”, insomma un’occasione per vedere gente, per ricordarmi che, malgrado le apparenze, non vivo in una caverna.

Durante il tragitto, mi capita di sentire gli odori che fuoriescono dalle varie cucine. La domenica, per i veronesi, è quasi d’obbligo preparare il bollito con la pearà, ma l’altra volta mi è capitato di sentire l’inconfondibile odore del pomodoro sul fuoco; evidentemente, qualcuno stava preparando quello che, dalle mie parti, si chiama “u sucu”.

In una frazione di secondo, mi sono tornate in mente le mie domeniche palermitane. In effetti, già dalle prime ore del mattino, casa mia era invasa da una serie di profumi provenienti dalla cucina: mia madre (donna d’altri tempi) si era già messa all’opera. In famiglia non siamo stati mai particolarmente legati alla sacralità di certi eventi, tipo compleanni o Natale, ecc., ma la domenica, quella si che era sacra.

E così, ci si svegliava la mattina, si apriva la porta e, come dicevo prima, si veniva letteralmente investiti da odori tipici più di un ristorante che di una casa ! Io e mio fratello eravamo grandi sponsor della classica “pasta al forno” e se, per caso, mia madre osava adottare un cambiamento, la domenica era all’insegna dell’incazzatura (se poi ci si metteva anche la sconfitta della Juve o dell’Avellino, peggio ancora !).

Il primo piatto, spesso in lizza con la suddetta pasta al forno, era “u bucatu con il pomodoro fresco”. Si perché mia madre, il pomodoro, lo cucinava, altro che bottiglie pronte arricchite di basilico, cipolla o verdurine. La porzioncina di bucatino era arricchita da foglie di basilico e una generosa spolverata di ricotta salata. La vera chicca era rappresentata dalle melanzane tagliate a cubetti (stile caponata). A quel punto, il mio “piatticieddu i pasta”, diventava di novantamila calorie, ma era “domenicalmente accettabile”. Tuttavia, la pasta al forno, era sempre tre metri sopra le pentole.

Anche per quanto concerne il secondo, tutto era spesso a base di sugo di pomodoro. Poteva esserci la “salsiccia ‘nto sucu”, ovviamente le melanzane alla parmiggiana (perché, visto che si friggono per la pasta, già che ci siamo, ne facciamo qualcuna in più per il secondo) o i miei tanto amati “pittinicchi” (trattasi di puntine di maiale cotte col pomodoro). In questo caso, mangi (relativamente) poca carne, ma la faccia ti si riempie di pomodoro visto che è vietatissimo (e fuori luogo) usare le posate. Dopo il bel piattazzo di pittinicchi, bisognava darsi una seria pulita (ovviamente denti compresi) nel lavandino, altro che tovaglioli. E si ritornava a tavola per il rush finale.

Durante il pranzo domenicale, dentro la cucina, in una posizione più defilata, ma sempre bene a vista (per la serie prendiamoci in giro: visto che vediamo la “guantiera”, potremmo anche mangiar meno), c’era il clou: il vassoio di dolci. In questo caso, c’erano spesso delle variazioni, ma i cannoli (mezzo ora e mezzo…pure ora) erano i superpreferiti, anche se io (che, incredibile ma vero, non sono un appassionato di dolci) ho sempre apprezzato anche le “sfince di S. Giuseppe” e la cassata.

Odori della domenica. Bei ricordi passati che, ogni tanto, ritornano quando torno giù a Palermo. Sarà che la nostalgia è, secondo me, figlia del proprio nulla (meno hai e più ricordi malinconicamente il passato), ma i racconti possono essere fatti anche senza chissà quale alone di tristezza. Ovvio, oggi è domenica, vorrei sedermi a tavola con la mia famiglia, anzichè cuocere nel microonde le lasagne findus, ma pazienza, si è figli delle proprie scelte ed io, in questo articolo, ho voluto parlare di odori, tutto il resto è noia e tristezza …

 

(Pittinicchi)