Un sabato sera da ultrasballo.

Grazie al mio bellissimo navigatore viamichelin, ieri sera, alle 21 in punto, mi ritrovai in quel di San Giovanni Lupacchiotto. Il programma del “Sangiò Festival” prevedeva una serata teatrale dentro il Parco dell’Opera Pia Ciccarelli. Titolo: I promessi sposi.

Mi stuzzicava l’idea di vedere l’opera di Alessandro Manzoni (che conosco quasi a memoria, avendola letta e riletta tante volte) in versione teatrale, e non pensai minimamente al luogo dove sarebbe stata rappresentata. L’unica premura fu quella di programmare, ripeto, il navigatore.

Detto navigatore, però, ha due difetti: il primo è che continua a ripetermi “attenzione, velocità eccessiva”, facendomi urlare ripetutamente: “ho capito, hai scassato la minchia”; il secondo è che non mi dice “ma dove cazzo stai andando, coglionazzo ???”. Insomma c’è un avviso di troppo e un altro che, invece, manca 🙂

Arrivo sul posto in perfetto orario (come consuetudine del Mobys) e varco la soglia del cancello del Parco. Solo a questo punto, la mia mente geniale, si rese conto che ero dentro un bellissimo Ospedale. Mi dirigo verso il palco e le sedie, fra l’altro ormai quasi tutte occupate (con lunga prima fila composta interamente da veciotte in carrozzina). Del resto, siamo dentro un’ospedale, mica in discoteca. Mentre attendo l’inizio dello spettacolo, continuano ad arrivare persone di età media 89,7 anni e, come ben capirete, il mio entusiasmo raggiunge livelli vertiginosi. Mi vengono in mente un paio di frasi, dette da una persona seduta accanto a me: “ciao Paolo, come va? beh dai, io tutto ok, fra una medicina e l’altra”. Dopo due minuti: “no vegnarà mia zo un bel temporal, casso. No, parchè mi vedo quela nuvoleta lì in fondo che l’è bassa”.

Pazienza, del resto, ero io quello fuori posto, quindi non mi resta che starmene calmino e sperare che lo spettacolo mi faccia dimenticare il contesto da terzo episodio di “Amici Miei”. Ecco che inizia. Bravi gli attori e belli i costumi, davvero molto belli. Dopo circa cinque minuti, c’è l’incontro fra Don Abbondio ed i bravi. Uno dei bravi pronuncia la famosissima frase “questo matrimonio non s’ha da fare” in marcato accento siculo. E qui, il mio giramento di palle, raggiunge l’over the top. Se c’è un’opera dove i cattivi (in questo caso “i bravi”) sicuramente non hanno l’accento siculo, questa è proprio I Promessi Sposi. Dico, almeno in questo caso, risparmiateci il ricorso allo strautilizzato stereotipo del siculo che si oppone ad un matrimonio con movenze mafiose. Mentre continuavo a dimenarmi nella seggiola, causa nervosismo, e mentre volevo dire “ma che cazzo c’entra?”, la coppia accanto a me, si alza e se na va. Mitici. Io proseguo la visione, la serata ormai è una merda, non ho pagato alcun biglietto di ingresso e voglio vedere se lo spettacolo prenderà una piega entusiasmante. Intanto, vedo che altra gente se ne va, anche perchè i dialoghi sono arricchiti da “perle” molto discutibili, vedi Perpetua che gioca a bridge con le amiche e l’immancabile citazione di “San Silvio Berlusconi” (il cui nome, ormai, viene fatto anche se si parla di ricette culinarie). Quando torna nuovamente il bravo “versione siculo”, fra lo stupore dei centoventenni che mi stavano accanto, mi alzo e me ne vado. Basta. Affogai il mio dolore nel…kebab.

Per carità, non è la prima volta che una compagnia teatrale mette in scena una rappresentazione personalizzata anzi, credo proprio che sia una cosa perfettamente normale. Il mio disgusto è stato sicuramente provocato dalla mia scarsa esperienza in questo campo (ho messo piede, per la prima volta, in un teatro, l’anno scorso!) e deriva anche da un senso di malessere generale (per fortuna non costante), di cui pochissime persone (forse addirittura due: Laura e Caterina), a me vicine, conoscono le radici. Radici che, ovviamente, non c’entrano nulla con San Giovanni Lupatoto, il teatro, le veciotte, ecc.  Ma l’ho voluta raccontare lo stesso 🙂

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